Accuse Gli ecologisti attaccano la recinzione della rappresentanza Dopo i platani di Villa Borghese, minacciati dagli scavi dell'Acea, sarà un autunno «caldo» anche per i lecci di Villa Ada. Nel mirino delle associazioni ambientaliste, questa volta, è l'ambasciata d'Egitto. Motivo della querelle , il muro di cemento armato (alto circa 50 centimetri, lungo un centinaio di metri) con annessa cancellata, eretto intorno alla sede diplomatica. «Ce ne siamo accorti a fine giugno - racconta Francesca Pescatori, dell'associazione Villa Ada Greens - e abbiamo subito presentato richiesta di accesso agli atti». Leggi alla mano, dal decreto ministeriale del '54 alla normativa regionale del '98, i paladini del verde insorgono: «Stanno cementificando sotto le radici degli alberi - denuncia Vanessa Ranieri, presidente di Wwf Lazio - , in un luogo sottoposto a vincolo storico, archeologico e paesaggistico. Gli unici interventi consentiti sono di restauro, conservazione e manutenzione». «Addolorato», Fulco Pratesi, fondatore di Wwf Italia, rincara la dose: «Non sarebbe la prima volta, è già accaduto con la residenza degli ambasciatori russi a Villa Pamphili». L'escamotage è lo stesso: l'extraterritorialità. «Una legge ingiusta - incalza Pratesi - , i beni pubblici appartengono all'umanità». In attesa del sopralluogo di domani, Federica Galloni, soprintendente ai Beni architettonici, precisa: «Non abbiamo autorizzato nulla. Certo, le ambasciate hanno poteri autonomi sul loro territorio. Se necessario, useremo comunque la 'moral suasion'». L'ambasciatore egiziano, Ashraf Rashed, si difende: «Il muro serve a proteggere il giardino posteriore dai furti. In poco tempo, ci hanno rubato due statue». Il direttore dei lavori, l'architetto Roberto Brunetti, conferma: «Abbiamo tutti i nulla osta, della soprintendenza per i Beni monumentali, della sovrintendenza comunale e del servizio Giardini».