Carlo Pietrangeli e Federico Zeri erano amici e mai amicizia poteva sembrare, a prima vista, più singolare. Direttore dei Musei Vaticani, gran signore di antico e coltivato understatement clericale il primo, formalmente ateo, titolare di una proverbiale vis polemica sulfurea e irriverente verso tutto e verso tutti, il secondo. Eppure, i due erano amici e si frequentavano spesso. Io lo so perché ho avuto occasione di incontrarli insieme, più di una volta, nella villa-fortilizio-studio di Zeri a Mentana. Che cosa univa questi due uomini apparentemente così diversi? La cultura archeologica e storico artistica prima di tutto. Poi l'amore per Roma, un amore sostenuto da un'erudizione immensa per cui non c'era pietra dell'Urbe che non fosse all'uno e all'altro nota. Né c'era vicenda di antico cardinale, o restauro di monumento, o interpretazione di notizie storiche, o accrescimento o dispersione di collezione su cui entrambi non sapessero elegantemente duellare. Zeri odiava l'amministrazione italiana dei Beni Culturali che pure aveva servito, da giovane, con passione e competenza straordinarie. Detestava i soprintendenti quasi quanto detestava i venerati maestri delle nostre discipline. Si divertiva a metterne in luce le contraddizioni e gli opportunismi politici e lo faceva con la feroce iperbolica ironia che era il suo carattere distintivo. Le sue bestie nere erano, sopra tutti, Bianchi Bandinelli e Argan. Di entrambi sapeva tirar fuori immagini storiche di indubbia efficacia dialettica. Bianchi Bandinelli, guru della sinistra marxista, nel 1938 ai Fori Imperiali, in divisa di centurione della Milizia, che fa da Cicerone ad Hitler. Perché sapeva il tedesco era la volgata ufficiale un po' patetica a dire il vero dei suoi devotissimi allievi comunisti. Perché era fascista convinto e anche un pochetto nazista, sosteneva Zeri. Giulio Carlo Argan, senatore del Pci e sindaco di Roma, ma nel 1939 direttore generale nel Dicastero della Cultura di Giuseppe Bottai, ministro di Mussolini. Questo era Zeri. Chi lo ha frequentato lo sa. Ma per il coltissimo, erudito, clericale Pietrangeli, Zeri aveva amicizia e stima. Questo spiega perché le cose più preziose e a lui più care della collezione privata si trovino oggi, per lascito testamentario, nella Sezione Egizia e Mediorientale dei Musei Vaticani. Perché i Musei del Papa sono in Italia gli unici affidabili sosteneva Zeri, esagerando naturalmente ed eternamente polemizzando e lo sono perché si trovano in Italia ma stanno all'estero. Bisognerebbe che tutti i musei italiani venissero dati in comodato d'uso agli stranieri, aggiungeva con la consueta perfidia. In realtà non solo per l'amicizia con Pietrangeli, non solo per l'affidabilità dei Musei del Papa, Federico Zeri volle lasciare le sue cose pi care al Vaticano. Chi conosce la Donazione Zeri (benissimo custodita ed esposta, è pur giusto riconoscerlo) sa che si tratta di tredici pezzi: un dipinto su tavola e dodici sculture. Il dipinto è un ritratto funerario della serie detta «del Fayyum», databile fra il 220 e il 250, tarda età dei Severi. Le sculture in pietra arenaria sono immagini a tutto tondo di uomini e di donne. Databili anch'esse al terzo secolo, vengono da una tomba ipogea di Palmira, la città carovaniera ai confini meridionali dell'impero, che fu un affascinante crogiolo di civiltà e di culture diverse. Bisogna fermarsi a guardare il ritratto del Fayyum; un giovane uomo di forse venti, venticinque anni, il volto magro divorato da due grandi occhi nerissimi. Porta sulle vesti i segni distintivi di una piccola dignità burocratica. Le fattezze ce lo dicono greco-siriaco, con percentuali di sangue egizio. E l'Impero, il mondo romano ellenistico che si consuma nel meticciato delle etnie provinciali, trasfigura verso forme d'arte simboliche e ieratiche. Non diversamente si connotano le sculture di Palmira. I prototipi vengono dall'ellenismo e dalla ritrattistica romana aulica ma c'è nei ritratti una fissità da idoli orientali, una ricerca di iconicità e al tempo stesso di espressività che ritroveremo fra qualche secolo nell'arte paleocristiana e bizantina. L'ateo Federico Zeri era affascinato dalle mutazioni di civiltà, dalle trasformazioni profonde che le ideologie e le re[igioni producono sulle forme dell'arte. Non per nulla, da giovane, aveva scritto il libro memorabile Pittura e Controriforma sull'«arte senza tempo» di Scipione Pulzone da Gaeta. Il ritratto del Fayyum e le sculture di Palmira parlano di una età di transizione, di un tempo sospeso fra una civiltà antica che trasformandosi si consuma e una nuova che deve ancora nascere, che si pu soltanto presagire. Dove se non nei Musei Vaticani avrebbero potuto trovare degna collocazione opere come queste?
MUSEI VATICANI - Così diversi, così amici
Carlo Pietrangeli e Federico Zeri erano amici nonostante le loro differenze. Zeri, direttore dei Musei Vaticani, era un formalmente ateo con una vis polemica e irriverente, mentre Pietrangeli era un clericale con una cultura archeologica e storico artistica immensa. Entrambi amavano Roma e condividevano un'erudizione per l'Urbe. Zeri odiava l'amministrazione italiana dei Beni Culturali e si divertiva a metterne in luce le contraddizioni e gli opportunismi politici. Le sue bestie nere erano Bianchi Bandinelli e Argan, due intellettuali politici.
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