Secondo l'intesa intercorsa tra il nuovo soprintendente e la ditta appaltatrice dei lavori di ristrutturazione Palazzo Piacentini resterebbe chiuso due anni. «Si riproduce il consueto sistema di imposizione dall'alto, senza tenere conto né della pubblica opinione, né della società civile, né dell'associazionismo culturale, inclusa l'associazione degli Amici del Museo che quest'anno celebra i suoi cinquant'anni di attività profusa sempre ad affiancare le iniziative museografiche, e più in generale la cultura archeologica e la tutela dei beni di interesse storico». La notizia della probabile chiusura per due anni del Museo Nazionale in relazione ai lavori di restauro di Palazzo Piacentini suscita la decisa reazione degli Amici del Museo, affidata alla penna graffiante del presidente Vincenzo Panuccio, contro «il solito sistema di anticipare quasi i fatti compiuti, da imporre in nome di esigenze tecniche che appaiono di comodo e scarsamente rispettose della democraticità e della partecipazione, che sono principi costituzionali». Assestato già in premessa il primo colpo di frusta, il professor Panuccio rincara la dose entrando nel merito: «Si è appreso dalla stampa che il nuovo soprintendente archeologico, prof. Di Siena, assegnato come gli ultimi tre, per così dire, a mezzo servizio pubblico, in quanto come i precedenti appare provvisorio, e mantiene tra l'altro l'incarico di soprintendente in Lucania, appena giunto in città (lasciamo stare le visite di cortesia) si è affrettato a fare un'ispezione dei locali, accompagnato dai rappresentanti della ditta appaltatrice, esprimendo la decisione che il Museo vada chiuso per circa due anni dovendosi effettuare opere all'interno, trasferendo i reperti altrove (si parla di un capannone che la ditta avrebbe già procurato, oppure delle offerte del Palazzo della Regione per ospitare almeno i Bronzi o della proposta del sindaco del comune di Locri di ricevere provvisoriamente?, ma c'è già qualche frase del primo cittadino che non ci piace i Guerrieri di Riace e l'intero contenuto della sala che li ospita). Manco a dire che questa decisione ha trovato il plauso della ditta appaltatrice (il che è perfettamente comprensibile, con valutazione chiaramente sacrificale dell'interesse generale alla fruizione delle opere d'arte fra l'altro proprio, secondo un costante ricorrente, in periodi di incremento turistico, nel quadro dei programmi di turismo culturale per una città che è ormai mediterranea)». E dunque, considera il presidente degli Amici del Museo, «quanto ci sia inconcepibile e inaccettabile non ci vuol molto ad intendere. Esigenze della fretta, che certo è stata valutata negli accordi con la ditta appaltatrice, non possono valere a sacrificare nel compromesso tra gli interessi in gioco quello culturale». Concludendo, il prof. Panuccio si pone una domanda: «Cosa è successo di nuovo dalla decisione di qualche mese fa della soprintendente Greco a scaglionare i lavori di ristrutturazione in modo da non chiudere totalmente i locali e di lasciare comunque usufruibile la Sala dei Bronzi, dotata di un'autonoma apertura verso l'esterno? Noi non sappiamo trovare alcuna accettabile risposta se non l'alternarsi dei soprintendenti ad tempus e con altri impegni difficili a conciliare». L'intervento del presidente Panuccio, svolto con la consueta franchezza, alimenta il dibattito intorno a questo nuovo caso che scuote Palazzo Piacentini e il suo prezioso patrimonio d'arte. In effetti, a giudicare dalla superficialità con cui il problema è stato affrontato, il punto sembra essere sempre lo stesso: può un provvedimento del genere nascere da un incontro frettoloso tra un soprintendente itinerante e il responsabile della ditta incaricata di eseguire i lavori? Possono essere escluse da una simile questione la rappresentanza istituzionale e le articolazioni culturali? In una parola, può essere ignorata la città? Visite di cortesia a parte, il soprintendente non è il padrone del Museo e il Museo non è il mercato delle vacche.