Londra - Dio salvi la Regina perché la Scala l'ha preservata dal degrado il Comune, con il restauro conservativo da 56 milioni di euro che, il prossimo 7 dicembre, restituirà alla città e al inondo un tempio della lirica più simile a quello inaugurato da Maria Teresa d'Austria nel 1778 di quanto, prima della cantierizzazione, non apparisse un teatro tanto prestigioso quanto sull'orlo della chiusura per motivi di sicurezza. Nella mattinata di ieri, il sindaco Gabriele Albertini, l'assessore alla Cultura, Salvatore Carrubba, il sovrintendente Carlo Fontana e gli architetti Mario Botta, Elisabetta Fabbri e Franco Malgrande (inspiegabile l'assenza dell'ingegner Antonio Acerbo che, certo, non ha profuso meno impegno dei colleghi nel recupero del sito), si sono materializzati all'Ambasciata d'Italia con l'obiettivo di tranquillizzare i melomani d'Oltremanica, sia circa il rispetto del cronoprogramma da tappe forzate studiato per la consegna dell'opera, sia in relazione alla qualità dell'intervento. Missione che la delegazione meneghina, ricevuta dall'ambasciatore Giancarlo Aragona, ha portato a termine con efficacia. «Vi diamo appuntamento alla Scala per la "prima" della stagione 2004-2005 ha scandito il primo cittadino . Siamo, ormai, al conto alla rovescia per la riapertura del Piermarini». Ma, a margine della conferenza, s'è capito che, se i lavori viaggiano puntuali come un orologio svizzero, i fondi per finanziarli e per garantire una programmazione degna dell'ouverture («L'Europa riconosciuta», ossia il capolavoro di Antonio Salieri proposto nel 1778 per la vernice), sono, ormai, ridotti al lumicino anche in virtù dei costi aggiuntivi provocati dal rafforzamento della sorveglianza. Misura consigliata sia dal Fantasma dell'Opera, ossia dalle sciagure che, come dimostrano gli incidenti del Petruzzclli e della Fenice, sembrano consumarsi spontanee nei grandi teatri, sia dal terrorismo internazionale. E, continuando a latitare gli stanziamenti da parte dello Stato, Fondazione e Amministrazione devono necessariamente sfrondare i 200 miliardi annui di vecchie lire cui ammonta la gestione del Sistema Scala (Piermarini, Arcimboldi, Ansaldo, Museo, Accademia delle Arti e dei Mestieri), sborsati al 50 dal pubblico e al 50 dai privati, e reperire vagonate di quattrini pure attraverso procedure che potrebbero rialimentare il sempre latente scontro tra Fontana e il Maestro Riccardo Muti. Una strategia che, entro l'anno, potrebbe essere messa in pratica con la sponsorizzazione della "prima" e, nella tarda primavera del 2005, con l'esternalizzazione dell'Arcimboldi, alla quale però pare opporsi il sovrintendente, più favorevole a un modello di joint-venture che all'estromissione dal Sistema Scala del teatro sorto in ventisette mesi alla Bicocca. «Credo che l'ente in grado di gestire l'Arcimboldi sia la Regione ha argomentato Albertini . Noi siamo disponibili a cedere l'immobile al Pirellone, che potrebbe esaltare la vocazione di teatro lombardo del complesso». Il doppio palcoscenico, che pure ha assicurato alla Scala 650.000 spettatori in due anni durante la chiusura del tempio della lirica, non risulta più economicamente sostenibilc. Anche perché il Piermarini ritrovato potrebbe, in teoria, mettere in cartellone tre rappresentazioni diverse nella stessa giornata. Quanto alla sponsorizzazione dell'«Europa riconosciuta»... Beh, la ricerca dì un Mecenate dovrebbe subire uno stop, dal momento che Comune e Fondazione preferirebbero coinvolgere due-trecento imprenditori milanesi invece di un solo soggetto e magari di Kuala Lumpur. Sponsor, ambrosiani o stranieri, che neppure Elisabetta II salverà dall'ira funesta del purista Muti.