Nasce una via italiana alla tutela, alla conservazione e alla valorizzazione dei beni culturali. È il "Modello di piano di gestione", primo atto applicativo del nuovo "Codice dei beni culturali" (in vigore dallo scorso primo maggio), presentato ieri a Paestum in apertura della II Conferenza nazionale dei siti italiani iscritti nella lista del patrimonio mondiale dell'Unesco, promossa dal sottosegretario per i Beni culturali, Nicola Bono. Un modello che Bono definisce «una rivoluzione copernicana» e che vede il suo punto di forza nella gestione economica integrata del nostro patrimonio, in modo da realizzare una filiera delle attività culturali e di quelle produttive correlate. «Il modello di piano di gestione che l'Italia, per prima, proporrà, come Paese guida a tutti gli altri Paesi del mondo - afferma Bono - è uno strumento per individuare tutte le risorse pubbliche e private che possono essere canalizzate per una gestione sistematica del territorio. Con il Piano individuiamo le risorse, gli strumenti di valorizzazione di tutti gli elementi d'eccellenza che ci sono, di carattere materiale, culturale e immateriale». L'obiettivo è costruire un pacchetto culturale che comprenda monumenti, testimonianze artistiche e architettoniche, ma anche il patrimonio immateriale costituito dalle tradizioni popolari, dai prodotti tipici locali e da quelli artigianali. «Un insieme di elementi - spiega Bono - che evidenzia come si può realizzare un microsistema di offerta turistica locale che diventa competitivo proprio perché unico, originale e non clonabile». C'è poi un altro aspetto sul quale Bono si sofferma: la ricchezza del patrimonio italiano riconosciuto dall'Unesco. Attualmente l'Italia divide con la Spagna il primato di trentasette siti, a giugno, se l'Unesco accetterà le candidature di Valle dell'Orcia e Tarquinia e Cerveteri l'Italia slitterà al primo posto. Con un ulteriore primato dalla sua parte: l'entrata, con Tarquinia e Cerveteri, del primo sito etrusco nel patrimonio dell'Unesco. E nel giorno in cui a Parigi l'Italia ha formalizzato il proprio sostegno alla tutela dell'eredità storico artistica irachena, coprendo la totalità del debito accumulato da Baghdad al fondo del patrimonio mondiale fin dal 1991, Bono ribadisce che «il piano di gestione sarà anche uno strumento per fare in modo che l'Unesco capisca che l'Italia vuole concorrere alla cooperazione internazionale attraverso la valorizzazione delle altre aree». Un'ipotesi, peraltro, prospettata dalla stessa Unesco al nostro governo nella richiesta di conferire al "modello italiano" un ruolo guida nell'assistenza ai Paesi che devono conservare i propri patrimoni. Il sottosegretario ricorda anche che c'è un limite da parte dell'Unesco all'estensione di altri siti visto che impedisce di andare, per ogni singolo Paese, a più di una candidatura l'anno. «Noi sosteniamo - dice Bono -che non si fa una buona gestione della lista con un ragionamento al ribasso, ma si fa tramite meccanismi come i piani di gestione che aiutano i Paesi a poter predisporre le loro strategie d'iscrizione». E se Bono, per quanto riguarda le difficoltà di gestione dei siti, mette al primo posto lo sviluppo sostenibile più che il numero chiuso affida al Piano di gestione una missione precisa. «Con il Piano creiamo il sistema dell'offerta turistica locale e, quindi, applichiamo quella che chiamo la glocalizzazione - conclude - vale a dire combattiamo la globalizzazione con una localizzazione attrezzata». Un progetto nel quale a breve potrebbero rientrare anche i siti di valore naturalistico e ambientale visto che «il ministero dell'Ambiente - spiega Altero Matteoli, intervenuto ieri insieme a Maurizio Gasparri - si sta impegnando e collabora con il ministero per i Beni e le Attività culturali per l'iscrizione nella lista dell'Unesco di siti di valore naturalistico e ambientale». Oggi si terranno le conclusioni della Conferenza alla presenza, fra gli altri, di Gianni Alemanno.