Nel mese di luglio, la Giunta regionale ligure ha approvato il Piano casa: resta esclusa la possibilità di effettuare interventi sui condomini, le abitazioni condonate e quelle abusive, le aree inondabili o a rischio frane, i centri storici, gli edifici vincolati e di pregio culturale. Bocce ferme per i Parchi delle Cinque Terre e di Portofino. Considerata la morfologia del nostro territorio, i soggetti interessati a beneficiare della norma non dovrebbero essere molti, per la gioia degli ambientalisti e della Sovrintendenza, che hanno tuonato contro gli abusi e le sanatorie. Ai "duri e puri" occorre far rilevare che in Liguria, l'unico "ecomostro" che si conosca è quello della Palmaria, a suo tempo acconsentito dal Comune, costruito sotto gli occhi disattenti di pubblici ufficiali e demolito dopo quarant'anni. Elencherò ora gli abusi di questi giorni, fra i più emblematici: la costruzione di un capannone "in difformità" (Porto d'Imperia), le baracche-rifugio dei nudisti (Riva Trigoso), l'autorimessa diventata un metro quadrato più grande (Albenga), la veranda in discoteca (Cavi di Lavagna), le variazioni al progetto eseguite in un chiosco-bar (Monterosso). Situazioni tutte di cui è data informativa con toni da crociata e passaggio degli atti alle procure "in automatico". Si dirà: dopo l'epoca degli scempi, è proprio così che si deve tutelare il territorio! Solo che questi scempi sono ascrivibili a quanti hanno progettato i Piani regolatori e approvato le licenze relative a Begato, alle "lavatrici", a Panigaglia, per citare i più noti. Ai quali occorre aggiungere le più recenti opere di Marinasco, nello Spezzino. Una zona talmente vincolata che la ricostruzione di un muretto è considerata manutenzione straordinaria, soggetta ad approvazione come si trattasse di un caseggiato. Peccato che a dieci metri passi un tunnel autostradale che ha fatto franare splendide colline, confinanti con una vastissima area interessata da una speculazione edilizia senza precedenti. Per tali opere non si è verificato alcun sussulto civile, né si è organizzato uno straccio di girotondo. Invito i custodi delle "regole" ad elencare le "violenze" paesaggistiche perpetrate "senza licenza" e quelle "approvate", per trarne conclusioni circa le responsabilità della situazione in atto. Come si spiega che queste burocrazie, incapaci di limitare l'inquinamento di mari e territori, si dichiarano contrarie a qualsiasi processo di semplificazione dell'iter relativo alle più modeste ristrutturazioni? I funzionari sono implacabili nel sanzionare i piccoli abusi, per "fare statistica" e giustificare la propria esistenza; gli enti locali contano sugli oneri d'urbanizzazione e sulle sanzioni, per pagare una burocrazia costosa e supponente; l'attivismo nel reprimere le situazioni lillipuziane serve a nascondere il lassismo verso le grandi opere, che hanno arricchito intere generazioni di architetti e speculatori. Le innumerevoli "rapallizzazioni" rappresentano il risultato di scelte scriteriate delle giunte comunali e degli enti centrali di controllo, che non hanno saputo difendere il territorio dalle colate di cemento. Ma le "case di cartone" sorte in Liguria (con la sola eccezione della ex colonia marina di Moneglia, ristrutturata con intelligenza ed impegno di risorse), sono riferibili alla responsabilità di una classe di operatori edili, la cui categoria non ha titolo alcuno per rivendicare nuovi spazi. È sempre stato molto comodo, sia per i costruttori che per i tecnici, affermare che essi subivano l'influenza dominante degli assessori di estrazione politica. Gli imprenditori "rispettosi delle leggi", hanno edificato case popolari al prezzo di lussuose villette ed hanno creato le condizioni per un turismo di massa che non ha uguali nel resto d'Europa. Se proprio sarà necessario costruire ancora, che almeno si impongano gli standard della riviera francese, i cui gioielli paesaggistici sono stati conservati nonostante gli interventi edilizi, certamente superiori a quelli di casa nostra. Il vero problema sul tavolo degli enti locali e delle Sovrintendenze è quello di difendere il territorio dalle opere "autorizzate", destinate al degrado dopo pochi anni. giorgio oldoini è manager d'impresa 25082009