Le tre teste non possono essere vendute in quanto testimonianze storiche, sottoposte al vigente codice dei Beni Culturali che norma e tutela le opere di proprietà pubblica. E tuttavia vale la pena ribadire i motivi di natura storica, certo non banali, che ancora oggi connotano le tre sculture, teste o pietre che dir si voglia. La vicenda di quello che a ragione è considerato come il più funambolico giallo artistico del Novecento toscano muoveva da un'aspirazione, squisitamente filologica tesa a ricomporre un anello mancante della biografia artistica di Modigliani: quel "buco" tra il 1909 e il 1912 di un'attività scultorea corroborata da poche testimonianze. Il ritrovamento delle prime due teste darà il via ad un clima che potremmo definire di completa autosuggestione: i giornali pubblicano i pronunciamenti e le attribuzioni da parte da parte di autorevoli storici dell'arte. Rotto ogni indugio il sabato 11 agosto le due sculture compaiono nella mostra di Villa Maria mentre giunge la notizia di un terzo ritrovamento. Il tutto è suggellato dalla pubblicazione alla fine dell'agosto 1984 del volume dal titolo Due pietre ritrovate di Amedeo Modigliani, nel quale Dario Durbè convalida l'attribuzione delle due sculture ritrovate e chiude il cerchio su una precoce attività di Modigliani scultore. Poi il colpo di scena: tre ragazzi livornesi affermano di essere gli autori della seconda testa, quella in arenaria, sostengono di averla scolpita con strumenti da dilettanti e di averla gettata per burla nella zona delle ricerche. Storici e critici che avevano avvallato l'autenticità delle opere in nome di un metodo attribuzionistico che pur sempre rinviava ad ulteriori analisi o approfondimenti filologici, non prendono le distanze, serrano le file. E come se un discorso del tutto autonomo, impermeabile ai fatti e alle rivelazioni, dilagasse ormai inarrestabile nel mondo della critica d'arte. In tale clima il monito di Federico Zeri che provocatoriamente dichiarava la propria indifferenza di conoscitore di fronte alla qualità artistica di queste teste; un giudizio tagliente che metteva in guardia da un'arte contemporanea "colossale fenomeno di mercificazione e di speculazione", e toccava uno degli aspetti posti alla ribalta dalla vicenda livornese la "facilità con cui si riesce a falsificare l'arte moderna". L'affaire aveva un ultimo atto: il 14 settembre Angelo Froglia, un giovane artista livornese, si attribuisce la paternità delle due sculture in granito e arricchisce la sua rivendicazione con accenti di carattere artistico e filosofico: netta è la presa di distanza dalla gesto "goliardico" dei ragazzi e la rivendicazione di un'operazione concettuale volta a demistificare la critica d'arte, i mass-media. E' questo il momento nel quale la critica si vede costretta a confrontarsi con la contraddizioni dei proprio strumenti: quindi, non solo più beffa o complotto, politico o commerciale, giallo artistico. Ed è proprio in quanto oggetti emblematici di un dibattito ancora non sopito che interessa la storia della critica d'arte e più in generale l'opera d'arte nell'epoca della "sua riproducibilità" che le false teste meritano di essere conservate.
LIVORNO - Non si vende un simbolo
Le tre teste di Amedeo Modigliani sono state ritrovate in Toscana. Le teste sono state considerate come testimonianze storiche e sono state protette dal codice dei Beni Culturali. Le teste sono state ritrovate in due occasioni: la prima nel 1984 e la seconda nel 1984. La seconda testa è stata attribuita a un gruppo di ragazzi livornesi che sostengono di averla scolpita con strumenti da dilettanti. La critica d'arte ha avuto una reazione diversa alle due occasioni, con alcuni storici e critici che hanno sostenuto l'autenticità delle opere e altri che hanno messo in dubbio la loro autenticità.
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