La città dei lazzaroni e quella della corte fastosa, della imponente modernizzazione architettonica e della sfascio, elitaria ed europea ma anche stracciona e indigena Una nuova eruzione ha dato origine a un fiume di fuoco che si allunga verso Ottaviano. Goethe non resiste alla tentazione di andare sul posto. È attratto magneticamente dal crotalo, orientato come sempre a conoscere le cose dal loro interno, per coglierne il nucleo unitario che le unisce al tutto, «solo il tutto non può disperdersi, perché non ha nulla fuori di sé». Anche se questo oggi significa sporgersi su un abisso infernale, esperienza attiva necessaria per completare la sedimentazione di conoscenze acquisite in precedenza e per formare la capacità di vedere. Il suo modo di rischiare, di andare oltre ci racconta di una figura commovente, che nella sua avventura solitaria celebra il carattere solenne della quotidiana laboriosità. Lungo e denso limpegno goethiano sullanalisi della natura, alla ricerca di una legge archetipica comune a tutti i suoi fenomeni. E in Italia questo slancio è assecondato: qui, «le idee si vedono», e il suo lavoro si può muovere con lucidità in una doppia ottica, germanesimo e classicità, lavoro e natura. Il fenomeno geologico delleruzione è un chiaro esempio della sua teoria: leruzione, pur distruggendo i rapporti formali tra gli elementi, comunica una sensazione unitaria di un tutto specifico, larmonia di un caos di cui Goethe vuole trovare la chiave daccesso. Sul versante letterario, il fenomeno eruttivo darà origine a numerose similitudini e metafore; a proposito dei sussulti della Restaurazione nel 1818 a Jena scriverà «a queste eruzioni assisto come leremita sul Vesuvio». Al termine della scalata, intuisce che Napoli, così come linfinito, è governata da opposizioni: Dio e Satana, il bello e il terribile, che continuamente comprimono lessere umano e ne disegnano i limiti. Anche René de Chateaubriand (Saint-Malo 1768) sulla cima del Vesuvio aveva fatto il medesimo accostamento «è il paradiso visto dallinferno». La città dei lazzaroni e la città della corte fastosa, della imponente modernizzazione architettonica e della sfascio, elitaria ed europea ma anche stracciona e indigena. Quasimodo lavrebbe definita «un assurdo contrappunto di dolcezza e di furori». E «una casa di campagna in mezzo a un bel paesaggio, nonostante le sue trecentoquarantamila anime» Stendhal, in cui domina un cinismo indifferente, che si cura solo di non guastare la gran festa della gioia.