Gli interventi su tutti i monumenti italiani sono stati affidati a una ditta casertana priva di esperienza. Che appalta i lavori e si arricchisce con la pubblicità che copre i cantieri Il ligio impiegato comunale, geometra Ferruccio Vanotti, passa e ripassa con la sua cartelletta lisa davanti a quel monumento ingabbiato nel pieno centro di Milano, vede che nessun operaio ci sta lavorando, scuote la testa e passa avanti. Da settimane si preoccupa di come difendere il municipio dalle bordate di ricorsi, esposti e denunce che stanno per arrivare. Lo stesso sta accadendo, o accadrà a breve, in altre 22 città italiane. Perché artisti come il Giambologna o il Canova e architetti contemporanei come Aldo Rossi sono accomunati da un unico, forse tragico, destino. Quello di essere finiti nelle mani della famiglia D'Elia, fino all'altro ieri sconosciuti riparatori di barche con società a Maddaloni, paesino in provincia di Caserta, peraltro non bagnato dal mare, e oggi monopolisti del restauro di quasi un centinaio tra i più importanti monumenti italiani. Un miracolo italiano o la sceneggiatura del sequel di Totò truffa? La vicenda del 'Progetto Monumenti Italia', svelata da un'inchiesta del 'Giornale dell'Arte', sta angosciando numerosi sindaci e mettendo in forte imbarazzo il ministero dei Beni culturali. Il 74enne Giuseppe D'Elia infatti, ma soprattutto suo figlio Gennaro, che non ricopre alcuna carica societaria ma che di fatto gestirebbe il nuovo business, sono stati come miracolati da una convenzione ritenuta illegittima firmata da un alto dirigente del ministero dei Beni culturali che, di fatto, ha concesso carta bianca ai signori D'Elia e alla loro Impredcost srl. Un accordo-quadro che è stato emesso senza prima passare dal consiglio superiore del ministero, che nessuno sembra aver visto, ma che, sventolato davanti ai distratti impiegati di varie amministrazioni comunali, ha dato il via ad un affare milionario. Perché, come si legge nella convenzione firmata nel marzo 2007 dall'allora potentissimo direttore generale per il patrimonio storico e artistico, Bruno De Santis, la Impredcost srl è autorizzata ad eseguire i lavori di restauro su ogni tipo di statua, fontana o monumento a costo zero per gli enti locali. E in cambio incassa enormi introiti affittando le superfici dei cantieri alle società pubblicitarie. Non a caso i monumenti scelti dalla Impredcost si trovano nelle zone centrali delle principali città italiane, come via Manzoni a Milano, piazza Maggiore a Bologna, il ponte di Rialto a Venezia o piazza Castello a Torino. Con quali garanzie? Nessuna, almeno a scorrere gli atti costitutivi della società, che vanta un solo dipendente e un ricavo, iscritto a bilancio prima dell'avvio del Progetto monumenti Italia, di 198 euro. Eppure, questa società a responsabilità limitata da due anni sta facendo il buono e cattivo tempo nelle soprintendenze e nelle amministrazioni locali, dettando il calendario dei restauri, scegliendo vie o piazze di straordinario richiamo turistico e commerciale per innalzare giganteschi ponteggi ricoperti dai manifesti pubblicitari. E poco importa se la Impredcost non possiede alcuna esperienza nel campo dei restauri. Perché di fatto agisce come collettore di lavori che poi distribuisce alle aziende che offrono i contratti più vantaggiosi. Disatteso anche l'impegno di coinvolgere i diplomati delle due più importanti scuole di restauro italiane, come l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze e l'Icr di Roma. Dall'Opificio infatti dichiarano che, nonostante abbiano inviato a Gennaro D'Elia gli elenchi con i nomi di alcune centinaia di diplomati (forse i migliori al mondo), ne siano stati impiegati in realtà solo cinque. Come era prevedibile, i restauratori esclusi dalla partita si sono fatti avanti, contestando l'illegittimità dell'assegnazione dei lavori senza la procedura di evidenza pubblica e in regime di totale monopolio e presentando esposti fino alla Commissione europea. Per questo il geometra Ferruccio Vanotti è stato incaricato di redigere un'istruttoria sulla regolarità, per esempio, dei lavori di restauro del monumento a Sandro Pertini di Aldo Rossi in via Manzoni a Milano, nascosto dalla gigantesche foto di mutande Armani Jeans (si dice che lo stilista abbia sborsato 900 mila euro per accaparrarsi quei pannelli su cui affaccia l'Armani Cafè prima che altre case di moda ci mettessero le proprie reclame). Un cantiere che, a detta di molti esperti, avrebbe dovuto rimanere aperto per quattro mesi al massimo e che invece ha un'autorizzazione di un anno. Lo stesso a Bologna, dove è stato bloccato il restauro, già approvato, della fontana del Giambologna in piazza Maggiore, sempre aggiudicata alla Impredcost. Se in tutta Italia i tecnici comunali studiano contromisure, a Roma il ministero ha mobilitato squadre di avvocati per difendersi dai ricorsi. Il direttore generale per il bilancio e la programmazione economica, Maddalena Ragni, scoperta l'anomala convenzione, ha subito diramato circolari verso tutte le soprintendenze raccomandando prudenza e di fatto cercando di bloccare le commesse ai D'Elia, che nel frattempo sono stati persino sorpresi ad utilizzare la carta intestata del ministero. Ma ormai il danno era fatto. Impossibile, del resto, ricostruire la genesi dell'accordo contestato: nessuno ne sapeva niente e negli ultimi anni il ministero è stato più volte sottoposto a riorganizzazioni nei suoi organigrammi. Lo stesso ex direttore generale De Santis, che in pochi anni ha cambiato quattro poltrone e che a settembre andrà in pensione, raggiunto al telefono, dice di non voler commentare la vicenda, e di "non ricordare come nacque l'idea della convenzione, perché si tratta di un periodo troppo lontano". Il ministero ha quindi chiesto il parere dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, ottenendo una risposta esplicita: quella convenzione non ha ragione di esistere e vìola le leggi antitrust. Una seconda interpellanza è stata inoltrata all'Autorità di vigilanza sui lavori pubblici, la cui risposta, sebbene rimandata a settembre, appare ormai scontata. A quel punto sarà difficile che anche la Corte dei Conti, già raggiunta dalle segnalazioni dei restauratori esclusi dai lavori, non voglia dire la sua. Al Ministero provano a mettere le mani avanti; la dottoressa Ragni sostiene, con equilibrismo giuridico, che "quella convenzione era soltanto un accordo-quadro e non una direttiva agli enti locali, che peraltro non avrebbe avuto alcun valore, e che se i comuni hanno deciso di affidare i lavori alla Impredcost lo hanno fatto liberamente e autonomamente". Tutti i rischi di richieste di risarcimento quindi ricadranno, secondo il ministero, sulle amministrazioni comunali. Anche se, come nel caso di Torino, i lavori di restauro di ben quattro monumenti sono stati annunciati dal comune e dalla soprintendenza assieme. Il segretario generale della Uil Beni culturali, Gianfranco Cerasoli, si scaglia contro De Santis - già oggetto delle critiche espresse perfino al Presidente della Repubblica per la sua nomina, nel 2006, a dirigente generale per il patrimonio storico e artistico - e lamenta come "certa magistratura contabile non abbia mai indagato a fondo su alcune gestioni dei beni culturali". Mentre l'anziano D'Elia, incurante dei commenti al vetriolo dei vecchi soci del figlio Gennaro apparsi sul sito di Napoliblog, cavalca l'onda, pensa in grande e ha già costituito una nuova società: la Ribac srl. Area di interesse? Inutile dirlo: la gestione e il rilancio dei beni culturali. n