Storie di ordinaria fuga di cervelli. E di carenze di un sistema educativo su cui gli allarmi si susseguono negli anni. E' l'ennesima occasione mancata, ma anche una battaglia che, con i tempi biblici della nostra burocrazia, una delle tante menti "non profeta in patria" non si rassegna a perdere. Complice il clamore di imprese che lo identificano come il nuovo Indiana Jones dell'arte, Maurizio Seracini, ingegnere vocato ai beni culturali, è assurto agli onori delle cronache quando, nell'autunno del 2007, è iniziata nel Salone dei 500 di Palazzo Vecchio, a Firenze, la caccia ad eventuali tracce superstiti dell'affresco della "Battaglia di Anghiari" di Leonardo da Vinci. Coi mezzi tecnologici più all'avanguardia, come lo strumento portatile a neutroni che permette indagini non invasive in loco. A che punto è la ricerca della Battaglia di Anghiari? Finora abbiamo localizzato la zona di muro in cui si trovava l'affresco prima dell'intervento cinquecentesco del Vasari. Manca tutta la fase finale, con la scansione della parete per individuare eventuali residui. Sono quindici mesi che la macchina si è inspiegabilmente fermata. Il problema è esclusivamente politico, il cambio di amministrazione ha bloccato le indagini. Non c'è una spiegazione logica, queste ricerche non sono mai costate un euro alla pubblica amministrazione, i finanziatori sono sempre sponsor, generalmente stranieri. Io che insegno ingegneria all'Università di San Diego in California, dico che noi italiani abbiamo bisogno di lanciare messaggi positivi al mondo ed esserne orgogliosi. Invece non si capisce questo ostracismo. Ora bisogna rimettere in moto la macchina e tutto è legato alla disponibilità della nuova amministrazione comunale. Sono fiducioso, visto che il nuovo sindaco, Matteo Renzi, quando era presidente della Provincia ci aveva incaricato di fare lo stesso tipo di indagini su Palazzo Medici Riccardi, sede dell'amministrazione provinciale. Anche se finora, è insediato da poco, non è riuscito a darmi attenzione. Ci sono nuove ricerche in campo artistico o archeologico in cui il suo strumento a neutroni è o sarà impiegato? A Firenze da due anni, stiamo indagando su Palazzo Medici Riccardi, su come si è modificato nel corso dei secoli. Era il palazzo più ricco in assoluto, dimora della famiglia Medici, da lì è cominciato tutto. Studiamo le strutture architettoniche, pensiamo di trovare traccia delle antiche decorazioni murarie e cerchiamo i segni del passaggio sotterraneo che collegava il palazzo a San Lorenzo. Il centro da me diretto all'Università della California, il Center of Interdisciplinary Science for Art, Architecture and Archeology, è il primo centro al mondo di ingegneria applicata ai beni culturali. Il mio obbiettivo è creare un corso di laurea specifico. L'avevo proposto senza esito a molti atenei italiani, mentre negli Stati Uniti il progetto è stato accolto con entusiasmo. La tecnologia è quindi l'ultima frontiera per gli "Indiana Jones" dell'arte? Direi di sì. Così come si sta sviluppando, c'è una tecnologia di tipo investigativo, che si fa in laboratorio, e una portatile, connessa con sistemi di trasmissione dati che permettono di vedere ben oltre la capacità degli occhi. La scienza è applicata al conoscere ed è applicata alla scoperta e la tecnologia serve tre punti: per conservare, per conoscere e divulgare, per scoprire. Oggi è possibile ricercare pitture nascoste sotto un intonaco, un affresco, un muro. Il progetto Leonardo non è fine a se stesso, ma un testimonial. Abbiamo tanti capolavori scomparsi, ci sono misteri affascinanti e bellissimi. Oggi ci sono le tecnologie per cercare le risposte e portare i riflettori del mondo sull'Italia. Ma la tecnologia non potrà mai sostituirsi alla passione e bisogna che i giovani vedano i beni culturali come le proprie radici. A San Diego stiamo sviluppando un sistema interattivo per scoprire la genesi di un'opera d'arte che spero di poter presentare anche in Italia. E' come stare alle spalle dell'artista mentre sta costruendo il suo capolavoro. Anche nei musei, bisogna creare nuovi stimoli sulla storia che l'opera ha da raccontare ed evitare che il pubblico resti passivo. Attualmente come si coordinano il campo storico artistico e quello scientifico? Nel restauro la relazione dovrebbe già essere molto stretta Il restauro è solo una delle componenti della conservazione. Per fare la diagnosi e indicare la terapia c'è bisogno di una risposta scientifica oggettiva. Purtroppo nel nostro paese il concetto di team non esiste e il restauro si fa solo con lo storico dell'arte e il restauratore. Tranne che in piccole isole altamente specializzate, come all'Opificio delle pietre dure di Firenze. Non è nemmeno riconosciuta la figura professionale del conservatore, che invece la National Science Foundation, che finanzia la ricerca scientifica negli Usa, ritiene fondamentale. "Conservatore scienziato" è il professionista che nel mio piccolo sto cercando di creare. E' il medico dei beni culturali, quello che fa la diagnosi. Operando come si opera nella maggior parte dei casi in Italia, sarebbe come se in medicina esistesse solo il chirurgo. Anche lo storico dell'arte dovrebbe essere contento di avere dati oggettivi su cui lavorare. Inoltre bisogna rendere giustizia a qualche migliaio di ragazzi laureati in scienza della conservazione, spiegare che per loro, anche se ne avremmo un bisogno estremo, qui in Italia allo stato attuale non c'è lavoro. 21 agosto 2009