La chiesetta, oggi sconsacrata, è la più antica del paese. Restaurata la facciata, all'interno resta molto da fare Sotto l'intonaco è spuntato un affresco che potrebbe essere di un allievo di Duccio da Boninsegna Mezzo secolo dopo la sua chiusura, ha riaperto al pubblico ieri la chiesetta di San Pietro, in via Marconi, ad Albaredo. E lo ha fatto proprio nei giorni più importanti per il paese: quelli della sagra paesana che durerà fino a martedì. I proprietari Elvira Dal Degan e Osvaldo Faustini hanno incaricato l'associazione «Adige Nostro» di accompagnare i visitatori, a gruppi di 10 alla volta, alla scoperta della chiesa più antica del paese: l'impianto originario, infatti, affonda le sue radici in epoca romanica, intorno all'XI secolo. Nel Seicento l'oratorio fu concesso alla confraternita dei Disciplinati che lo gestì per 200 anni: i frati ne modificarono la facciata e costruirono i tre altari dei Santi Pietro e Paolo, della Santissima Trinità e della Madonna Annunciata. Purtroppo l'edifico ha avuto una vita travagliata. È stato più volte abbandonato a se stesso fino alla sconsacrazione definitiva, avvenuta negli anni Sessanta. In seguito è stato utilizzato come deposito ed è andato sempre più deteriorandosi. Nel 2007 sono iniziati i lavori di restauro della facciata, conclusi due mesi fa. Ora i proprietari stanno faticosamente cercando finanziamenti per riportare l'antico splendore anche nella navata interna. Il risanamento degli interni potrebbe condurre a scoperte sorprendenti. Una di queste ha già mostrato i suoi contorni. Si tratta di un affresco probabilmente del '200, presente nella vela sopra l'abside e raffigurante una scena tratta dal vangelo di Giovanni: la pesca miracolosa. È un'iconografia diffusa nel Medioevo ma non nella zona del Colognese. Il dipinto si scorge appena, rovinato com'è da decenni di infiltrazioni d'acqua che provenivano dal tetto danneggiato. Si intravedono la barca di Pietro, un apostolo vestito di rosso (Giovanni?), la rete da pesca e il fondo dorato. Un'opera similare è conservata alla National gallery di Washington e porta la firma di Duccio di Buoninsegna. Chissà se il misterioso pittore veronese aveva visto quella raffigurazione. Certo è che i due erano coevi e le similitudini fra le loro opere sono davvero tante. «Nel Duecento erano numerosi gli artisti che giravano di parrocchia in parrocchia eseguendo affreschi per guadagnarsi il pane. Li chiamavano frescanti», spiega Gianni Rigodanzo, dell'associazione Adige nostro. Ora sarà necessario, con l'autorizzazione della sovrintendenza, incaricare degli specialisti per individuare l'ampiezza dell'affresco e definirne meglio le caratteristiche, al fine di programmare un eventuale restauro.