«Una lobby per la pubblicità sui palazzi» Adriano La Regina: spesso i restauri sono pretesti, ovunque irregolarità e abusi «Una lobby per la pubblicità sui palazzi». Ne parla in un'intervista il soprintendente ai Beni archeologici Adriano La Regina: «Altro che restauri, l'unico interesse è fare pubblicità. E quest'interesse riesce anche a far cambiare le norme che regolano la materia». Fa l'esempio, La Regina, del Codice dei Beni culturali: «Bastava la norma vecchia, quella nuova sembra fatta apposta per favorire le affissioni». In città, dice il soprintendente, la pubblicità che impacchetta bellezze non riguarda solo il centro: «L'obelisco dell'Eur, è in quelle condizioni da quanto tempo. Chi va a controllare?». Ovviamente, il cuore della città non fa eccezione: «Al contrario, a piazza Navona è la terza volta che un palazzo subisce il restauro...». Consigli indiretti per Luciano Marchetti, il nuovo soprintendente che ha sostituito Di Paola e Martines: «Non so chi sia». Dall'Eur al centro storico, il dominio degli sponsor La Regina: «L'obelisco di piazza Marconi è impacchettato da mesi. Interventi necessarì? E chi controlla?» Un terremoto che ha colpito le soprintendenze, con Di Paola e Martines sostituiti da Luciano Marchetti, «non voglio commentarlo». Comprensibile. Al tempo stesso, però, al nuovo arrivato, «che non so neanche chi sia», Adriano La Regina ha, seppur indirettamente, cose da dire. Pareri. Consigli per gestire ciò che il nuovo soprintendente ai beni Architettonici troverà a Roma. I suoi problemi apparentemente irrisolvibili. «Come la lobby della pubblicità sui palazzi, questa città ne è schiava, adesso basta». L'esperienza romana di Adriano La Regina comincia nel 1976, quando fu nominato soprintendente ai Beni archeologici. Da allora, ha visto passare otto sindaci e una ventina di ministri per i Beni culturali. Ne ha fatti infuriare parecchi. L'hanno ribattezzato «signor No». E l'allora sindaco Rutelli, che prima del Giubileo ne chiese la testa, dopo essersi visto bloccare il progetto per il sottopasso di castel Sant'Angelo lo definì «l'uomo chiamato cavillo». Lui, Adriano La Regina, ha sempre vissuto il suo ruolo con semplicità: «Se la costruzione di un garage deve distruggere un monumento, io se posso lo fermo». E ha fatto altro, anche se più raramente. Espresso pareri. Ai giornali, come un anno fa quando scelse il Corriere della Sera per denunciare «il centro trattato come un porcile». E alle istituzioni, come è accaduto la scorsa settimana quando ha scritto a Ministero, Comune e Procura per impedire che monumenti come il Pantheon fossero restaurati in cambio di pubblicità sui ponteggi. La pubblicità sui palazzi del centro l'ha sempre «ferita», vero? «M'indigna, certo. Ma parlo di Roma tutta, non solo del centro storico». Parla di zone precise o fa un discorso generale? «L'obelisco dell'Eur. È impacchettato da tempo, mesi e mesi, e ovviamente nessuno si interessa, va a vedere, controlla. Si tratta di lavori necessari? La durata è quella prevista inizialmente? Evidentemente, quello della pubblicità sui palazzi non è un problema solo del centro». Che però, vista la bellezza dei luoghi, lo soffre di più. «Certamente, è inevitabile vista la bellezza che esprime. Prendete piazza Navona: su un palazzo sono tornati ponteggi e pubblicità per la terza volta, mi chiedo che tipo di lavori siano stati necessari per tutto questo tempo...». Si tratta solo di ritardi casualì o, secondo lei, certe situazioni nascondono altro? «Non prendiamoci in giro. In questa città si fanno lavori pretestuosi, che più che a restaurare servono solo per fare pubblicità. La città subisce l'arroganza di una lobby pptentissima, quella della pubblicità sui palazzi. Che, tra le altre cose, è anche in grado di far inserire delle norme...». Inserire norme? «Il Comune ha cambiato la legge in materia, ma i risultati sono quelli di sempre, mi dicono siano ancora i contratti stipulati con le norme precedenti. Ma, ecco, per esempio il codice dei Beni culturali ha ampliato una norma che si occupa dell'argomento: siamo passati da una regola semplice di tre righe a una di ventuno. È un'idiozia: l'impressione è che più che consentire a chi di dovere di bloccare, vogliano permettere le affissioni, altrimenti quelle tre righe erano più che sufficienti. Ma, nel complesso, è evidente che l'orientamente è deciso dall'interesse». Ma le norme comunque consentono di vietare. «Basta dire no, certo, opporsi. Purtroppo il costume diffuso è fatto di irregolarità e abusi, e pochi si op-pongono. Se questo derivi da incompetenza o altro, non sta a me stabilirlo. Faccio solo notare che a Roma, la responsabilità è specifica: per quel che riguarda le soprintendenze, con le stesse regole gli esiti sono diversi». Cosa significa? «Che sui beni dell'antichità, certe autorizzazioni non vengono concesse, mentre sui beni di epoca rinascimentale, o barocca, o moderna come l'Eur, le pubblicità ci sono. Ripeto, con le stesse regole i risultati sono diversi». Adesso, con i nuovi incarichi, la situazione cambierà? «Non si può dire. Migliorerà, peggiorerà, basta aspettare e vedere. La cosa certa è che al momento il livello di queste pubblicità è intollerabile, le bellezze della città occultate e svilite. Adesso, poi, con le elezioni alle porte, ci sono anche i manifesti politici, una vergogna che per fortuna dura poco».