Oggetti culto, dalla caffettiera alla macchina da scrivere, che sono diventati simboli dei nostri desideri E del nostro stile La Fiat comprando Bertone acquista unidea: quella di produrre auto da sogno Il business ha bisogno della bellezza. E Marchionne compra Bertone. È di questi giorni la notizia che la Fiat acquisterà uno dei marchi più gloriosi del nostro design per produrre auto da sogno. Come dire che al tempo della crisi lItalia scommette sul Made in Italy. Ancora una volta il solo argine contro lo tsunami che si è abbattuto sulla nostra economia sembra essere laltissima qualità riconosciuta da sempre al prodotto tricolore. Lo dicono unanimemente i mercati che anche con questi chiari di luna premiano quel mix inimitabile di saper fare, di fantasia, di creatività, di stile, di lusso, di gusto e di versatilità che tutto il mondo ci invidia. Leccellenza che resta a galla nel mare tempestoso dellemergenza. Non è solo economia. È la cifra di un paese come il nostro che spesso stupisce il mondo perché riesce a dare il meglio di sé soprattutto nei momenti di stress. Fu così per il miracolo economico del dopoguerra, quando lItalia del Sorpasso superò in tromba paesi economicamente e socialmente molto più forti. È così anche oggi che il talentuoso Davide tricolore resiste bellamente allo straripante Golia cinese. Confermandosi, a dispetto di tutti gli stereotipi, il paese più intraprendente fra i G8. Con oltre sei milioni di imprenditori e lavoratori autonomi. Che fa più del dieci per cento della popolazione totale, pensionati e neonati inclusi. Questa percentuale è il vero algoritmo di una nazione dove lindividualismo va a braccetto con il familismo e dove la fantasia fa pendant con lanarchia. Tutto il male dellItalia viene dallanarchia e anche tutto il bene, diceva Prezzolini centrando in pieno quel nodo inestricabile di caratteri, vocazioni e disposizioni di lunga durata che giace nelle profondità dellidentità nazionale. Un nodo che risale a ben prima dellunità politica dello stivale. Una sorta di minimo comune denominatore culturale delle piccole patrie, di ieri e di oggi. Da tutto questo discende il Made in Italy. Che affonda le sue radici nei Comuni e nelle Signorie, nelle botteghe della Firenze rinascimentale, nel dinamismo delle repubbliche marinare, nellorientalismo dei mercanti e degli artigiani veneziani, negli umori greci, arabi, normanni e spagnoli del Mezzogiorno, nellenergia trasformatrice dei Longobardi del Nord, nel raffinato estetismo dei Bizantini. È questo mormorio del passato il valore aggiunto degli oggetti fatti allitaliana. Come il nostro design, entrato nella storia del Novecento proprio perché restituisce alle cose laura perduta con la riproducibilità industriale. Fra i suoi oggetti-simbolo spicca certamente la Moka Express, disegnata nel 1933 da Alfonso Bialetti, proprietario di una piccola officina di semilavorati in alluminio a Crusinallo, un paesino del Piemonte. La Bialetti non è una semplice, e anonima, macchina da caffè. È una creazione dautore che ha dato al rituale mattutino del risveglio il suono gorgogliante del caffè che monta, la forma déco della caffettiera e limmagine familiare dellomino coi baffi. In questo modo il genio visionario di Alfonso Bialetti ha trasformato lespresso allitaliana in un simbolo glocal. E il suo cognome in un brand planetario. Proprio come Olivetti. Altra icona storica del Made in Italy, figlia della visione utopica di Adriano Olivetti, imprenditore umanista che concepiva la bellezza come materia prima delleccellenza. Al punto da considerare lestetica del paesaggio che circonda la fabbrica, larmonia tra lavoratori, territorio e comunità, come altrettanti fattori produttivi. Anche da questa signoria illuminata, da questo localismo universalista, capace di coniugare la manualità dellartigianato con la tecnologia avanzata, nascono capolavori come la Lettera 22, la mitica macchina da scrivere portatile disegnata nel 1950 da Marcello Nizzoli che lIllinois Institute of Technology di Chicago proclamò nel 1959 il più belloggetto di design del secolo. La gloriosa Lettera 22, con i suoi quattro chili di peso, carta esclusa, e misure ridotte allindispensabile, resta un esempio insuperato di equilibrio tra forma e funzione. Prolungamento meccanico delle dita di ogni giornalista, la compagna fedele di inviati entrati nella leggenda come Enzo Biagi, Cesare Marchi e Indro Montanelli è stata assunta in quellOlimpo del design contemporaneo che è la collezione permanente del MoMA. Accanto ad altri emblemi del Made in Italy. Come il Cubo, disegnato da Marco Zanuso per Brionvega nel 1964. Una radio che non è una radio, ma una "cosa" dalla forma sorprendente, in cui il nuovo che avanza si annuncia, un po enigmaticamente. Come in un film di Antonioni. In questi oggetti di culto, stile e tecnologia disegnano le nuove forme del desiderio dellItalia del benessere che proietta nellabitare il suo sogno di mobilità sociale. Sono gli anni in cui il televisore diventa il nuovo altare domestico consacrato agli dèi del miracolo economico, e il baricentro spaziale e simbolico della famiglia si sposta dal chiuso del salotto buono allaperto del soggiorno. Living room per antonomasia, scena della mutazione antropologica di pasoliniana memoria. Illuminata dalle luci rivoluzionarie di autentici geni della lampada. Come Achille Castiglioni, creatore di Arco. Una lampada da terra che un arco di metallo lancia verso lalto facendola letteralmente decollare dal suo supporto di marmo di Carrara. In questo ingegno luminoso, il Michelangelo della luce ricrea quellequilibrio dinamico tra tradizione e innovazione, tra forme che pesano e forme che volano, in cui Walter Benjamin vedeva lessenza stessa della modernità. In questo senso il design è la natura naturans del Made in Italy. Non un semplice surplus ornamentale, ma la premessa indispensabile della funzione. Senza il design di Pininfarina la Ferrari, con tutto il suo ruggente dodici cilindri, non sarebbe la Ferrari. È la forma lanima della cosa. Questo è vero per le creazioni dei grandi come Bruno Munari, Ettore Sottsass, Gae Aulenti, Alessandro Mendini. Ma è così anche per il design no-name che ha estetizzato ogni particolare del nostro quotidiano. Il battipanni Kartell, lo spremiagrumi Alessi, il frigo Smeg. Oggetti che portano semplicemente il nome della casa che li produce. È proprio questa bellezza diffusa, che accomuna le piccole cose alle creazioni dautore, che venne celebrata nel 1972 al MoMA in una storica mostra dedicata al design italiano e intitolata significativamente "The new domestic landscape". In realtà sono la casa e la famiglia, in senso domestico come in quello aziendale, il motore del Made in Italy. Fotografia fedele del paese dello stile, dove lestetica è più importante delletica e i valori privati più importanti delle virtù pubbliche. Dove, in occasione della Biennale di Venezia del 2000 diretta da Massimiliano Fuksas, che aveva come slogan "Less Aesthetichs, more Ethics" mille mani ignote disegnarono sui cartelloni delle freccette che scambiavano i due termini. Come dire che invertendo lordine dei fattori il prodotto cambia.