Nelle sale di Castel Sant'Elmo un'interessante retrospettiva dedicata al vulcanico artista. Ogni anno cambio pelle, come i serpenti» diceva Pino Pascali nel suo dialetto pugliese, e par di vederlo mentre indossa la maschera di Pulcinella e salta in qua e in là gesticolando e scuotendo la testa. Nell'ambigua leggerezza delle sue mille mutazioni, avvenute tutte nel brevissimo arco di quattro o cinque anni, questo artista nato nel 1935 e morto nel settembre del '68 per un incidente di moto, schiantandosi contro il Muro Torto a Roma, lascia l'indelebile ricordo di chi resta sempre giovane. L'immagine che ci viene restituita di Pascali dalla bella retrospettiva allestita a Castel Sant'Ermo, curata da Angela Tecce, Livia Velani e Achille Sonito Oliva è, infatti, quella di un'arte "sempre sorgiva", come ha scritto Sandra Finto, soprintendente della Galleria Nazionale di Arte Moderna in Roma che conserva molte opere dell'artista, purtroppo raramente visibili. Un talento che come l'argento vivo che trasforma e reinventa tutto: dall'antico triccaballacche napoletano di una rumorosa musicalità (1964), agli attrezzi agricoli in legno grezzo, al Pelo e Contropelo due strani pouff di pelouche uno più alto e l'altro più arruffato che devono il loro nome all'immancabile gioco di parole che Pascali amava tanto e che scatenava associazioni di idee all'impazzata. Nel 1965 inventa il Cannone Bella Ciao e 1965 e la Contraerea, assemblaggi di pezzi di recupero od objets trouvés, forse sulla falsa riga dei Combines di Rauschenberg, ma molto meno confortanti nonostante l'elemento del gioco. La differenza sostanziale, è che a Pascali non interessa l'aspetto nostalgico delle cose di per sé. È affascinato dalla superficie cangiante delle cose, il mondo delle immagini come apparizioni, visioni momentanee destinate a non durare. Le sue armi fatte di materiali e colori che finsono le Qualità metalliche dei cannoni doppiamente mimetiche, fanno balenare intuizioni inquietanti per poi annullarle nel gioco. Rifiutati dal suo gallerista romano della Tartaruga, Plinio De Martiis che non ha compreso la precoce intuizione da parte dell'artista che i tempi stessero cambiando, i cannoni sono stati esposti a Torino da Sperone, su sollecitazione di Pistoletto. Nel 1966 alla mitica galleria L'Attico di Roma Pascali presenta Nuove Sculture, una serie di sagome bianche vagamente somiglianti a grandi rettili o spine dorsali di animali di un'altra era. Candide creature primitive hanno nomi quali Decapitazione di un rinoceronte, Pellicano, Trofei di caccia o Ricostruzione del Dinosauro, 16 vertebre in tela bianca intrisa di caolino. Tra gli aspetti più importanti del lavoro di Pascali vi è la scelta cosciente dei materiali. Contemporaneo con il mondo della Pop Art d'Oltreoceano, Pascali, come anche altri artisti italiani, ne sono influenzati soltanto marginalmente, e non mostrano un grande entusiasmo per le sue icone. Nella storica mostra che segnò l'inizio dell'Arte Povera alla Galleria la Bertesca dove hanno esposto KouneUis, Boetti, Fabro, Paolini, Prini, così chiamata in omaggio al Teatro Povero di Grotowski, Pascali espose due zolle geometriche di terra, e 9 metri quadrati di pozzanghere. La geometria, i numeri e la fisicità dei materiali presentati per ciò che sono piuttosto che "rappresentati", costituiscono le parti del discorso, le basi della grammatica utilizzata dai poveristi italiani. Ma la mostra più magica e stravagante doveva essere senz'altro la mostra alla galleria L'Attico «Fuoco, Immagine, Acqua, Terra». Fu in quell'occasione che Kounellis presentò la sua margherita di rame che sputava una fiamma blu. Pascali dichiara ad esempio di non voler utilizzare la plastica perché non consona alla sua indole. «Siamo nati qui e abbiamo quel patrimonio di immagini, ma proprio per vincere queste immagini dobbiamo vederle freddamente e fisi-camente per quelle che sono e verificare che possibilità hanno per poter esistere ancora». L'elemento in assoluto più importante per Pascali è l'acqua anche perché lui da Poli-gnano a Mare aveva l'acqua di mare nelle vene. Le allusioni non sono mai citazioni auto-biografiche ma limpide metafore dove ogni riferimento autoriferito è metabolizzato. Riguardo l'opera 32 metri quadri di Mare circa (1967) dove l'artista insiste sempre sulle dimensioni esatte come se ritenesse necessario ricordare allo spettatore delle reali dimensioni del mondo fisico. Pascali commenta la colorazione dell'acqua, "intesa come plastica di liquido". Le bacinelle di latta danno forma schematica all'acqua colorata di anilina in varie gradazioni di verde azzurro fino al blu più profondo, scandiscono attraverso una griglia geometrica la forma della costa, la foce del fiume a Polignano, arrivando a esprimere una sorta di mi-nimalismo lirico tutto italiano. I richiami al Mediterraneo e ai suoi valori, la sua storia millenaria sono molti. L'arco di Ulisse realizzato intrecciando fili di lana d'acciaio che avrebbero dovuto polverizzarsi entro un anno fa dell'opera intenzionalmente deteriorabile nella forma ma non nel suo rifarsi alla dimensione del mito, un oggetto rituale. Mostra una sensibilità del tutto arcaica per la ritualità che ritroviamo stranamente anche in altri artisti italiani quali Mario Merz o Giuseppe Penone, profondamente legati a un mondo ancora in contatto con la dimensione dell'inconoscibile, non ancora del tutto autoriflessivi. «Lo spazio dell'Europa - ha affermato Pascati è uno spazio molto differente dagli americani, più che appartenere all'azione, appartiene alla riflessione suÙ'azione. Io non appartengo né a un mondo né all'altro».