Lerede dello storico marchio racconta il mercato librario di ieri e di oggi: "Lerrore è stato un eccesso di elitarismo. Un tratto aristocratico come quello di Calasso" "Ferrari sostiene che lunico buon libro è quello che vende: una filosofia sbagliata" Come si attrezzano gli editori di cultura in «uneditoria senza editori», per riprendere la fortunata formula di André Schiffrin? Quella che qualche anno fa sembrava una profezia cupa e apocalittica, liquidata come rancoroso frutto di un tardo francofortismo (copyright Ferrari), rischia di proiettare le sue ombre anche sullo scenario italiano, sempre più monopolistico e sempre più governato dai "manager puri", «meglio se formati in mestieri diversi», nelle fabbriche di automobili o nella finanza, come ha teorizzato di recente Gian Arturo Ferrari, direttore uscente di Mondadori. «La minaccia di unalterazione del mercato librario esiste», interviene Giuseppe Laterza, 52 anni, laurea in Economia con Federico Caffè, tra i pochissimi editori italiani di terza generazione, erede insieme al cugino Alessandro dello storico marchio. «Ma se oggi pensassimo di lasciare la cura dei libri esclusivamente ai manager sarebbe un disastro. Lanalisi di Ferrari - che opera una distinzione netta tra la generazione dei fondatori e lattuale dei manager puri, i soli capaci di misurarsi con le regole del mercato - mi sembra semplicistica e sbagliata. Leditoria italiana è sempre stata fatta da persone capaci di coniugare sensibilità culturale e vocazione imprenditoriale: da Valentino Bompiani ad Arnoldo Mondadori, da Giangiacomo Feltrinelli a Luciano Mauri. Non credo al manager che arriva da un altro settore e mette a posto la casa editrice: o, meglio, può farlo soltanto se è capace di riconvertirsi completamente alla logica economica e finanziaria del libro, che è molto diversa da quella dei motori o delle saponette». Di tanto in tanto circola voce che anche la Laterza sia in vendita. «Non mi stupisce, ma non abbiamo mai pensato di vendere. Nella nostra casa editrice lidentificazione degli azionisti e dei lavoratori nellimpresa è molto forte: finché cè questa passione è difficile trovare un compenso adeguato». La tendenza alla standardizzazione, propria dei moloch delleditoria, può essere contrastata con una battaglia di tipo culturale. «Gli editori dovrebbero puntare sulle biblioteche civiche, e sulla qualità dei librai. Spero che il nuovo presidente dellAie, a differenza del predecessore, ne faccia un punto di forza della nostra associazione». Quella delleditoria civile è una tradizione di famiglia, coltivata dal fondatore Giovanni, che chiamò a collaborare Benedetto Croce, e rilanciata nel dopoguerra dal padre Vito, profondo innovatore della nostra asfittica geografia culturale. «Dellarretratezza italiana siamo responsabili anche noi editori. LIstat documenta come dal 1957 al 1973 il numero delle famiglie che possiedono in casa libri sia cresciuto dal 17 per cento al 49 per cento, per poi raggiungere nel 1995 la punta del 62 per cento. Da allora la cifra è rimasta immobile, ed è inferiore di dieci punti rispetto alla media europea. A questo saccompagnano i bassi indici negli altri consumi culturali: musei, concerti, anche Internet». Ma in che misura gli editori sono protagonisti non innocenti del declino? «La responsabilità principale, intendiamoci, è di una classe dirigente che non ha investito nelle biblioteche civiche. Ma anche noi editori di cultura abbiamo privilegiato un pubblico limitato, un circuito di lettori forti tra i tre e i cinque milioni di persone, quelle che viene definita "la classe dirigente in potenza". La produzione editoriale sè rivolta essenzialmente a questa classe: con un linguaggio alto, con citazioni letterarie difficili, con labuso di quella detestabile formula: "Non cè bisogno di presentazione", un atto di maleducazione democratica». Sta dicendo che gli editori hanno peccato di elitarismo? «Sostanzialmente sì. Da noi è stata prevalente unidea alta, snobistica, esclusiva della cultura, di cui molti editori ancora si compiacciono. Siamo pochi, siamo i migliori, meglio così. Un tratto aristocratico intravedo in alcune dichiarazioni di Roberto Calasso, così diverse rispetto allintento pedagogico che ad esempio animava un editore come Giulio Einaudi. Soffermiamoci sulla divulgazione: per coniugare la qualità scientifica e insieme di scrittura propria dei libri anglosassoni (penso ad esempio a Penguin), gli editori italiani devono fare ancora molta strada. Con la conseguenza che i lettori sono rimasti sempre gli stessi». Lalternativa allo "snobismo" culturale non sono certo i "libri inutili" delleditoria commerciale. «Quello che gli americani chiamano il celebrity book - cioè il libro firmato dal personaggio famoso, spesso televisivo, che pure vende molto - non procura un lettore in più. Sono in disaccordo con Ferrari quando dice che lunico buon libro per un editore è quello che vende. Leditore è responsabile della qualità dei libri che pubblica. Prendiamo il libro di Oriana Fallaci sullIslam: ha venduto moltissimo, eppure rimane un cattivo libro per il lievito di intolleranza che ha messo in circolo». Per accrescere la fascia di lettori, Laterza ha investito molto nel rinnovamento dei libri scolastici e nelle collane economiche e tascabili. E ha inventato diversi festival di successo, oltre che i «Presidi del libro», gruppi di lettori molto attivi in Puglia e altrove. Ma come si difende oggi un medio editore di cultura dal nuovo corso delle grandi ammiraglie? «La logica monopolista non è un destino ineludibile. Chi lha detto che dobbiamo andare verso il gigantismo, con conseguente omologazione dellofferta? Ci si può salvare con la sperimentazione e la provocazione intellettuale, andando là dove i grandi gruppi non possono arrivare, o arrivano più lentamente: lo dimostra lesperienza di alcuni ex piccoli editori come Elvira e Antonio Sellerio, Carmine Donzelli, i coniugi Ferri di EO, Marco Cassini di Minimum Fax, e altri. Senza dimenticare che nei grandi gruppi lavorano molti bravi editori». Il catalogo è risorsa fondamentale, ma non ci si può fermare ad esso. «Ogni anno dobbiamo inventare collane nuove - come "Contromano", in cui gli scrittori raccontano luoghi e realtà - o anche modi diversi di fare questo lavoro. Ad esempio rinnovando la grafica. Tempo fa fu molto criticata una copertina a specchio usata per un libro di Giovanni Sartori. Ma come, un orpello solare per un illustre politologo? Il libro ebbe grande successo». Alla politica degli "anticipi" si risponde con il rapporto "diretto" e ancora "artigianale" con lautore. «Oggi in Italia un esordiente può arrivare a percepire anche sessantamila euro danticipo. Una follia. Noi giochiamo su un altro piano. Può anche capitare di chiedere a Bauman o Le Goff di scrivere un testo originale per noi, come in passato capitava con Duby. Questo fa la differenza». A un"editoria senza editori" ci si oppone anche proponendo uno scandaglio critico della società italiana, una potente iniezione di "anticorpi", dal titolo dellultima fortunata collana sulla politica e le regole firmata tra gli altri da Remo Bodei, Luciano Canfora, Massimo Salvadori, Aldo Schiavone. «Il nome della collana è un suggerimento postumo di Paolo Sylos Labini. Consegnandomi i suoi ultimi saggi politici, mi disse che voleva titolarli "Berlusconi e gli anticorpi": i "berlusconi", mi spiegò, esistono in tutto il mondo. Ma altrove ci sono gli anticorpi, da noi no. Aveva ragione lui. È spaventoso il degrado del dibattito pubblico in Italia. Ma la cultura reagisce poco, come se tutto questo fosse parte inevitabile della modernità».
la Repubblica
11 Agosto 2009
FA MALE ALLITALIA. La cultura snob. Laterza: i peccati degli editori
SI
Simonetta Fiori
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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