Cinque scosse in meno di due mesi: quel 1783 fu lapocalisse. Il sisma che squarciò montagne, deviò fiumi, inghiottì laghi e fece migliaia di vittime attirò scienziati e scrittori stupefatti da mezza Europa Si racconta che il vino di quellannata sia stato davvero speciale. Frutto di un perfetto ciclo morte-rinascita, fu chiamato "nettare del terremoto" senza che questo gli gettasse addosso inquietanti ombre di malaugurio Quando alle ore 12.50 del 5 febbraio 1783, mercoledì festivo dedicato alla gloriosa vergine di SantAgata, il signor Tiberio DAquino salzò da tavola nella sua casa di Seminara e sincamminò verso la finestra dove stava il bacile per lavare le mani, dal Profondo si sentì «sparare un grosso cannone sotterraneo», il quale «fece tal scoppio che il bacile saltò più di un palmo e il soglio di detta finestra saprì, sparò il turbine e restò la terra, la Casa tremante ora alzava in aria, poi buttava a destra e poi a sinistra, che le mura tutte laprì e fracassò delle fondamenta». È uno dei racconti del grande inizio dellapocalisse datata 1783 in terra di Calabria, cinque tuoni terrificanti in meno di due mesi, un rivolgimento che squarciò montagne, deviò fiumi, fece scomparire laghi, generò frane e lasciò sul terreno quasi quarantamila morti. Il terremoto dei terremoti, che cambiò il mondo, attirò scienziati e scrittori stupefatti da mezza Europa e distrusse anche Messina lasciando sbigottito Wolfgang Goethe, che pure vi giunse quattro anni dopo e, al suo arrivo in Sicilia, non trovò altro che un immenso vuoto di uomini e animali, unito a «uno spaventoso silenzio notturno». Cominciò il 5 febbraio, ma il 6 fu peggio. Augusto Placanica racconta che a Scilla - il paese che controlla lo Stretto da uno sperone dellAspromonte - la gente spaventata si era recata sulla spiaggia, pronta a trascorrere la notte sulle molte barche a riva. Ma ecco che «nel pieno delle tenebre una nuova gagliarda scossa diede il colpo di grazia al monte Pacì posto nelle adiacenze, facendone cadere in mare unintera parete lungo un fronte di circa due chilometri Pochi secondi dopo i poveri scillesi videro sopraggiungere, preceduta da un orrendo fragore, unondata immensa alta parecchi metri» che si portò via lintero paese, trascinando con sé nel riflusso alberi, pezzi di edifici, mobili, barche, animali. E i corpi di duemila persone. San Nicola di Crissa, casa di Vito Teti. Una birra, un crostino con un po di nduja e gran vista sul tramonto tra le montagne verso il golfo di SantEufemia. Antropologo, cercatore degli dèi dei luoghi, Vito è un anfitrione speciale e un gran conoscitore di questa terra che ha riempito le Americhe di emigranti e resta segnata dalla memoria di mille disgrazie. Sulla mappa in zona Soverato trovo un monte battezzato Trematerra, cognome diffusissimo da queste parti; e dallelenco telefonico di Cosenza vedo sbucare Terremoto Giovanni in via Asmara, Terremoto Onorina in comune di Commenda, Terremoto Renato in località Carolei. Risparmiata dai crolli, San Nicola abita un anfiteatro verdissimo e mormorante di acque. Ai piedi delle Serre la Calabria è una terra che infonde pace nonostante sia essa stessa una rovina. Quando ti affacci da una balconata, hai limpressione di essere arrivato solo un attimo dopo uno degli infiniti scuotimenti decisi dal padrone degli inferi. «Nei monti - scrive la Reale Accademia delle Scienze di Napoli mandata dai Borboni a monitorare il disastro del 1783 - osservammo una perpetua alterazione». La loro faccia era «da cima a fondo rabbiosamente scorticata» e segnata da terrificanti «laceramenti». Che grande missione fu quella degli scienziati inviati dai Borboni! Viaggiarono a dorso di mulo, ma egualmente fecero una relazione perfetta dei danni, corredata da magnifici disegni a china. Lavorarono nonostante il perdurare delle scosse e gli spaventi; penetrarono i luoghi con una capillarità e una dedizione che lItalia unita avrebbe conosciuto solo per qualche decennio con il glorioso Genio Civile, oggi decaduto e soppiantato dai soliti bellimbusti televisivi. E poi la meraviglia, carica di umanità, di fronte ai miracoli. Come il salvataggio di due porci, trovati vivi e grugnanti sotto le macerie da don Romualdo Magnella a Soriano, un mese dopo il crollo della sua casa. La sera la strada principale di San Nicola si popola di donne allerta sulla soglia di casa, appostate su panchine o vigilanti sullo struscio dei giovani dai gradini delle scalinate. Una clonazione infinita della dea degli Abissi cui i Greci dedicarono milioni di statuette di vergini, dette Kore; le stesse che ho visto nel museo archeologico di Vibo Valentia. Una moltitudine vociante radunata attorno alle funebri prescrizioni della laminetta aurea di Ipponion, incisa dalle confraternite misteriche di 25 secoli fa per fornire al morto le istruzioni per lAldilà. Straordinario materiale, strappato alle ruspe e alledilizia dassalto dalla determinazione di una donna sola, Enza Cavallaro. Dicono che nellanno dei cinque sismi la Terra generò un vino speciale, il migliore dopo decenni. Frutto di un perfetto ciclo morte-rinascita, venne chiamato vino "del terremoto" senza che questo gli gettasse sopra ombra alcuna di malaugurio. Vito ride dietro i suoi baffetti da hidalgo e racconta altre meraviglie: per esempio che nelle Calabrie la patata entrò tardissimo nelluso alimentare perché il tubero importato dalle Americhe era un figlio dellOltretomba, come le fave pitagoriche, temute a causa delle loro radici comunicanti con i morti. Mangiar patate era un tradimento di Cerere, la dea del grano. Qui è pazzesca la densità dei simboli. Ecco perché, a dieci giorni dalla partenza, mi trovo ancora nel profondo Sud. Ogni tanto mi chiedo quanto ci metterò ad arrivare alle Alpi, ma poi maccorgo che non me ne importa niente. Perché mai accelerare in nome di unassurda par condicio, se qui cè già tutto? Ho le montagne di fuoco, le cicatrici terribili del paesaggio, le "magnifiche rovine" decantate dai poeti. I racconti, i riti, le processioni. E poi, sulla costa, lorrore del non finito, i mattoni nudi, i ferri e il cemento. Lanarchia edilizia di unItalia che non pensa più al domani. Stelle, grilli, antichi libri che per la giusta lettura vorrebbero il lume di candela. Ripasso con Tito la funesta cronologia calabrese. 1638, disastro della domenica delle Palme. 1659, un altro sisma bestiale e totalmente dimenticato. Lapocalisse del 1783, con 949 scosse in un anno e danni tali da oscurare il terremoto successivo del 1837 e quello, pur fortissimo, del 1893. La cannonata del 1905, che vide relazioni parlamentari terrificanti sulla miseria delle Calabrie ma nonostante ciò fallì nellammonire il Paese e non salvò una sola vita dallinferno del 1908 sugli Stretti. Messina fu solo la conclusione di due secoli tremendi. Un rombo continuo, sigillato dal lungo silenzio sismico che dura fino a oggi. 9. continua
la Repubblica
11 Agosto 2009
CALABRIA - l'anno zero della Calabria
PA
Paolo Rumiz
la Repubblica
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Bene culturale
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