Caro direttore, la politica in Italia è da due generazioni e ancora oggi senza visione culturale, ha denunciato una volta ancora Ernesto Galli della Loggia davanti allo «spezzatino» previsto per il centocinquantesimo anniversario dell'unità d'Italia. La paura di un «abuso» della storia, come quello inferto dal fascismo, la vergogna dopo la fine del regime per i Romani «imperialisti » mai più rappresentati in grandi mostre e la mania storicistica per la quale ogni momento ha valore salvo l'attuale, hanno paralizzato gli italiani. È venuto meno, di conseguenza, ogni «uso» pubblico della storia e con esso ogni punto di vista e idea non scopiazzati, finalmente nostri. Abbiamo smesso di «rappresentare» in maniera viva il Paese, nel particolare e nell'insieme, anche in relazione all'Europa e al Mediterraneo... Ne è derivata un'idea patrimoniale e burocratica di cultura, tesoro per avari da salvare per un futuro che mai si desta. Evochiamo identità passate scimmiottando aristocratici e borghesi élites defunte ma non abbiamo il coraggio di delineare e valorizzare la nostra identità presente, che pure esiste qui e là, ma che non viene elaborata e trasmessa avvalendosi dei media attuali. Asfissiamo, così, tra particolarismi, globalismi, confusioni e casualità anodine, che la televisione acriticamente riflette. Mentre piangiamo la mancanza di ogni politica culturale, una forza l'avremmo e sta proprio nelle amministrazioni della Repubblica, che oggi seguono il loro tran tran, ma che potrebbero diventare leve per elaborare una idea attuale, animata e organizzata, del Paese, non «frigidamente conservatrice di reliquie», a partire prima di tutto dal ministero per i beni culturali, che sta male e che va salvato. Abbiamo cumuli di studi e reperti, ma non li squaderniamo in un luogo riconoscibile, non li narriamo in una prospettiva corale, non li rendiamo visivamente percepibili a una massa, che legge poco e che lo schermo fiacca. Un'idea culturale raffigurabile ci vorrebbe, da classe dirigente e per l'interesse generale del Paese, capace di comunicare, avvalendosi della coscienza di oggi, la storia straordinaria della nostra espressione geografica diventata nazione: nelle realtà cittadine, territoriali e dialettali particolari e nelle correnti unitarie. Dalla lingua italiana, dalle vie di comunicazione e dalla forma della nostra vita, se non verrà coperta da cemento e oblio. Per questa ragione l'idea di un museo di storia, che non raccolga soltanto oggetti ma racconti cose, costruzioni, paesaggi e azioni umane nel tempo è un'idea di Galli della Loggia, feconda e caduta nell'ombra, che meriterebbe di essere discussa. Scegliamo dunque, finalmente, cosa fare in concreto di unitario, per comparare fra loro le nostre diversità e constatare come destini anche opposti abbiano convissuto contrapponendosi e anche intrecciandosi, in modo articolato e sistemico. Presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali