CAVO. Un albergo al posto di una vasca. Al Cavo, nella frangia più ad est dell'Isola d'Elba, in una delle zone limitrofe al parco nazionale dell'Arcipelago. Dal mare si vede una zona di verde intenso a picco sugli scogli. Guardando meglio si scorgono i contorni di muretti degradanti, ormai invasi dal bosco. Una volta erano i bacini di raccolta a cielo aperto - detti tramogge - del minerale proveniente dalla cava di calcare, costruiti ai primi del '900. I "tigrotti" di Goletta Verde ieri mattina hanno dato l'assalto pacifico al tratto di costa minacciato dall'ennesima colata di cemento. Il Comune di Rio Marina, amministrato dal sindaco Francesco Bosi, il 27 giugno scorso ha approvato il piano di recupero della zona. Interessata alla trasformazione in albergo, progetto che implica il cambio di destinazione d'uso dei manufatti esistenti, è la So.Co.Ma, una società della quale gli ambientalisti non sono ancora riusciti a stabilire i proprietari. Il grande striscione giallo con scritto "Giù le mani dalla costa" è stato steso dai volontari di Legambiente durante l'ormai canonico blitz estivo sulle coste elbane. Ad attenderli sulla spiaggetta, un drappello di benvenuto con la bandiera della pace. Turisti affezionati, residenti, proprietari di case ereditate dai nonni elbani. Tutti contro quella che viene avvertita come la violazione di un equilibrio della piccola frazione del Cavo, un albergo avulso dall'abitato, senza spiaggia, dove i pochi metri di arenile rossastro risultano semideserti anche in pieno agosto. Un caso analogo a quello di Vigneria, altra zona mineraria nel Riese, dove si prevede un villaggio-paese da mille posti letto, per il quale però è già andata due volte deserta l'asta bandita dal Demanio. «L'edificabilità nella zona delle Paffe - spiega Umberto Mazzantini, portavoce di Legambiente Arcipelago Toscano - era subordinata alla realizzazione del porto turistico di Cavo, ma la realizzazione, grazie anche alle battaglie degli ambientalisti, è stata esclusa dai piani della Regione e quindi dagli strumenti urbanistici comunali. Nonostante questo si vogliono "riconvertire" strutture interessate che non hanno mai avuto usi abitativi e tantomeno turistici. Che il progetto implicherà pesanti interventi sulle volumetrie esistenti e modifiche paesaggistiche, per altro, lo ammette la stessa Soprintendenza, chiedendo misure di mitigazione degli impatti ambientali. Come se non bastasse, il progetto avrebbe dovuto essere sottoposto alle stesse procedure di valutazione di incidenza ambientale richieste per le Zone a protezione speciale, ma non esistono tracce di valutazione di incidenza per le tramogge de Le Paffe». Elena Maestrini