I COLORI SENZA REGOLE DI UN PITTORE SELVAGGIO La mostra "Maurice de Vlaminck. Un istinto fauve", già alla Caixa Forum di Madrid, ora a Barcellona, nella splendida architettura industriale adibita a museo, comprende una ricca selezione di oltre sessanta tele - a cui sono associati disegni, incisioni e ceramiche - comprese tra 1900 e il 1915. Una scelta criticamente mirata e motivata dal curatore Maithé Vallès-Bled, perché mette a fuoco la migliore e più originale produzione dellartista. Maurice de Vlaminck (1876-1958) è uno dei protagonisti dellavanguardia e un artista di punta del gruppo Fauve: costituito da "selvaggi", per il loro modo di dipingere con tinte gridate e senza rispetto per il tono cromatico. Il paesaggista simpone subito con il Ponte di Chatou (1905) con lo scarmigliato cromatismo: rossi, verdi-blu, ocra giustapposti senza apparente regola. Lo stesso si dica del contemporaneo Valle della Senna. Non cè dubbio che il segno di Van Gogh sia assai vivo e alcune tele si possono dire degli omaggi allolandese. Vlaminck tocca ogni genere: nelle nature morte e nei ritratti il suo timbro di grande colorista emerge con pari energia. A partire dal ritratto dellamico Bonju (1900) in cui si riverbera la deformazione di James Ensor la cui opera conosceva e quella forse di Emile Nolde. È Maurice tra i fauve il più radicale, assai più dei suoi amici Derain e Matissse: la sua tavolozza va dai viola al giallo Napoli, dal cobalto al verde marina con una genialità di accostamenti che davvero meritano la definizione che ebbe il gruppo di cui fu uno dei promotori. Negli anni che precedono la grande guerra cè un recupero di Cézanne, ma già nelle Bagnanti (1906-07) questa presenza è evidente: molte nature morte nascono dal maestro di Aix-en-Provence, ma poi la sua originalità prepotente simpone per forza del suo cromatismo. La composizione col trascorrere degli anni risente anche della presenza così imperiosa del Cubismo. Picasso e Braque sono pittori con i quali è contatto di gomito. Proprio con loro vive la contemporanea scoperta della scultura primitiva, così inquietante e formalmente risolutiva per tutta larte davanguardia del primo ventennio del Novecento. In mostra ci sono molte sculture del Congo, della Nuova Caledonia, del Camerun e di altre aree dellAfrica, accuratamente selezionate. Dalle foto si deduce che in casa Vlaminck aveva una ricca collezione di maschere e statue primitive. Influenza che emerge soprattutto nei ritratti assai belli e imperiosamente "scolpiti" con il pennello a forte tratti. Un aspetto originale di questa rassegna, allestita in modo impeccabile, è la presentazione della sua attività di ceramista assai meno nota. Qui ci sono echi della grande tradizione islamica che Vlaminck aveva conosciuto nei viaggi per il Mediterraneo o forse più facilmente dalle visite al Louvre. A partire dal 1913 e attorno a quegli anni i paesaggi di Vlaminck cambiano tonalità cromatica, ed in modo molto consistente: dominano i grigi, i verdi muschio, gli azzurri e i rossi. Cè come un "ritorno allordine" da cui emergono marine assai poco mediterranee, con luci nordiche o fluviali distese. Non cè dubbio alcun che il colore resta la sua forma stilistica, ma la tavolozza nella sua vita creativa muta con tanta intensità che passando dallultima tela alla prima, o viceversa, vien di chiedersi se sia sempre lo stesso pittore. Nel paesaggio di Puteaux (1915) la morfologia del paese è passata attraverso il filtro della scomposizione cubista, ma pure è qualcosa daltro, per il contrasto che si realizza tra il cielo azzurro e cinereo e i tetti rossi e muri ocra dellabitato.
Un omaggio a Maurice de Vlaminck, uno dei protagonisti del gruppo Fauve
La mostra "Maurice de Vlaminck. Un istinto fauve" è una raccolta di oltre sessanta tele, disegni, incisioni e ceramiche dell'artista Maurice de Vlaminck, che esporrà a Barcellona. La mostra è curata da Maithé Vallès-Bled e mette a fuoco la migliore e più originale produzione di Vlaminck, uno dei protagonisti dell'avanguardia e un artista di punta del gruppo Fauve. Vlaminck è noto per il suo cromatismo gridato e la sua mancanza di rispetto per il tono cromatico, come evidenziato nel suo "Ponte di Chatou" (1905) e nel "Valle della Senna".
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