Dibattito Il Paese surreale e ironico raccontato ieri da Magris in una lettera aperta alla Gelmini Anno 2020, o forse 2050. Sui municipi e tribunali italiani sventola, anziché il Tricolore, il Multicolore: accanto alle «tre bande verticali di eguali dimensioni in verde, bianco e rosso», ci sono i venti simboli regionali, dalla rosa camuna lombarda ai quattro mori bendati della Sardegna. Nelle occasioni ufficiali, al momento dell'inno, Trieste opta per la marcia di Radetzky, Milano per la Bella Gigogin e Napoli rispolvera le note borboniche di Paisiello. Nelle scuole, accanto all'italiano, si insegnano elementi di dialetto (nobilitato, va da sé, con l'espressione «lingua locale»). Nel frattempo la Costituzione si è adeguata, a partire da quell'articolo 12 che oggi, in omaggio al tempo che fu, continua a prescrivere l'uso esclusivo del bianco, del rosso e del verde. E così, tra fantasticherie e pretese, eccoci al Paese surreale-ironico tratteggiato ieri da Claudio Magris sul «Corriere». In una lettera aperta al ministro Gelmini vi si mettono sullo stesso piano le arie di Verdi e la «Mula de Parenzo», in realtà allo scopo di suscitare uno scatto d'orgoglio politico e civile. E infatti le reazioni non mancano, cominciando dagli intellettuali che più profondamente affondano le radici nelle culture locali. Non tutte comunque di segno uguale. Lo scrittore Massimo Valerio Manfredi, ad esempio, concilia il suo amore per i dialetti ancestrali (come il modenese venato di bolognese che proviene dal suo paese d'origine, Piumazzo) con una solida affermazione di italianità. «Sono convinto che inno e simbolo unitario non cancellino le identità locali. E questo è vero anche per l'impero romano, che ha sempre rispettato le diversità dei popoli e dei luoghi conquistati. Roma nasce multietnica: etrusca, sabina e latina». Curiosamente, Manfredi estende il suo amore per i dialetti al difficile bergamasco: «Lo sto studiando a causa dei miei lunghi soggiorni nel paese di Ardesio, dove ho terminato tanti dei miei romanzi». E vi include persino il ligure di Sestri Levante, dove soggiorna di tanto in tanto. Una cosa, però, è allargare le proprie conoscenze storiche e linguistiche, un'altra dare ufficialità a «dimensioni culturali piccole o microscopiche». «Spilamberto osserva con puntiglio linguistico ha un dialetto diverso da San Cesario sul Panaro. Ma se prendiamo la via dell'infinitamente piccolo, non ne usciamo vivi. Abbiano una lunga storia di sangue legata ai particolarismi, non è saggio imboccarla di nuovo». E però, osserva lo storico piemontese Aldo Mola, quando si parla di programmi scolastici «l'importante è insegnare». E per farlo «occorre mettersi dalla parte degli allievi, bimbi o ventenni che siano, e conoscerne il mondo. Perché mai se ne potrebbero ignorare la storia, i costumi, la mentalità, la lingua (o dialetto che dir si voglia)?». Oltretutto, ricorda Mola, «Vittorio Emanuele III, che si sentiva ed era re dei 'popoli d'Italia', con Giolitti e Badoglio parlava in piemontese, con Diaz discorreva in napoletano, con Salandra in pugliese, con Luzzatti in veneto e padroneggiava il romanesco come un 'romano de noantri'». Tuttavia un intellettuale come Raffaele La Capria non ci sta a mettere tutte le tradizioni regionali sullo stesso piano. «Un'identità forte è una finestra sul mondo, capace di includere in sé anche le altre. Se è debole, invece, si limita a glorificare se stessa, rinchiudendosi nei confini del localismo». Un esempio di identità forte? «Quella napoletana, che arriva fino ai Croce e ai Vico». Deboli invece quelle padane? «Non solo. Oltre a molte settentrionali, se ne trovano in quantità anche scendendo lo stivale fino alla Calabria». Fra quelle forti, secondo Pietrangelo Buttafuoco, c'è naturalmente quella siciliana, benché «il suo più bell'esempio sia stato quello di Giovanni Verga, che non cedette mai né al dialetto né al pittoresco». Forse, ipotizza Edoardo Sanguineti, è meglio farla finita con tutti questi «riti funerari fuori tempo». Certo, per lui, genovese di nascita, il dialetto è sempre stato estraneo ed esotico, appena orecchiato durante le vacanze sulla spiaggia di Bordighera. E tuttavia la questione di recuperare le radici locali, afferma, «mi spaventa. Per me sono reliquie passate, del tutto estranee al mondo moderno. Erano parlate un tempo, ma oggi... Con grande fatica questa nazione è riuscita, più o meno bene, a imporsi a tutti. C'è voluto il trasferimento degli insegnanti, il cameratismo nell'esercito, e quel capolavoro che fu la trasmissione Rai Non è mai troppo tardi , condotta da Alberto Manzi. Voler tornare indietro, oggi, è assolutamente rovinoso». Forse sarebbe il caso, osserva il filosofo piemontese Gianni Vattimo, di correre in avanti anziché voltarsi all'indietro. Nel senso, spiega, che «moltiplicare le identità locali, rendendole ufficiali, è insopportabile. Io, certo, parlo piemontese, ma se qualcuno mi obbliga a farlo mi insospettisco subito, sento puzza di ideologia. La verità è che le identità locali sono state superate da quella italiana, che a sua volta ormai è superata dall'Europa». Nel senso che non si sente più italiano, ma europeo? «Certo, salvo quando mangio gli spaghetti o guardo le partite della nazionale». E quando si ascolta, invece, l'irresistibile grammelot padanizzante di Dario Fo? «Si fa, o si tenta di fare risponde l'interessato un'operazione di arricchimento culturale. Non per sembrare strambi, ma per aumentare l'impatto espressivo. E che dire continua Fo delle radici latine del milanese? Tutte cose bellissime, che però devono essere studiate in proprio, senza creare accademie. Altrimenti si scade nell'utopia dell'insegnamento obbligatorio. Distinguendo tra classi per foresti e per locali: insomma, un'ira di Dio».