Il caso A settembre l'associazione vota il nuovo presidente, e la scelta avrà peso politico e culturale Salvatore Settis, ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, dimissionario in aperta polemica col ministro Sandro Bondi e con la politica berlusconiana di governo del territorio, direttore della celebratissima Scuola Normale di Pisa. Poi, al secondo posto, Nicola Caracciolo (fratello di Carlo, lo scomparso editore del gruppo «Espresso-Repubblica» e figlio dell'ambasciatore Filippo, secondo presidente di Italia Nostra negli anni '50) animatore delle prime battaglie anti-nucleariste italiane, documentarista di storia per Raitre, presidente del Comitato toscano di Italia Nostra, fiancheggiatore delle battaglie anti-villini in Toscana combattute da Alberto Asor Rosa. E Carlo Ripa di Meana, pirotecnico intellettuale dalle mille vite (Biennale di Venezia, esponente del Psi di Craxi, segretario dei Verdi, ministro dell'Ambiente con Giuliano Amato), già presidente di Italia Nostra 2005-2007 e vincitore della colorita battaglia contro il megaparcheggio del Pincio a Roma combattuta al fianco dell'estroversissima consorte Marina. L'elezione del nuovo presidente di Italia Nostra già fissata per la metà di settembre non sarà un appuntamento qualsiasi. Per almeno tre ragioni. Primo: la notorietà dei tre più votati nelle recenti «primarie» di un mese fa, cioè l'elezione per i 24 posti da consigliere nazionale espressi dai 4.000 iscritti su 11.000 (il vincitore assoluto Settis, 1.470 voti, Caracciolo, 1.032, Ripa di Mena, 917). Secondo: chiunque guiderà l'associazione dovrà vedersela col Piano casa nazionale e i tanti piani regionali che hanno anticipato quello generale, annunciando cemento in arrivo ovunque. Terzo: la trasparente suddivisione di Italia Nostra in due anime. Quella esplicitamente anti-governativa (Settis, appena a giugno, ha scritto su «la Repubblica »: «In questo sgangherato federalismo all'italiana, il governo abdica al ruolo dello Stato, lo riduce a un effetto-annuncio che inneschi il fuoco di fila delle regioni»). E l'altra, assai meno oltranzista, incarnata da un Ripa di Meana che non ha mai nascosto le sue perplessità sull'allarme per il surriscaldamento del pianeta («impostura climatica»). E che sul Piano casa si colloca su una postazione diversa: «L'erosione del territorio è costante e allarmante. Ma dire sempre e solo no, immaginare ogni operazione edilizia come un patto col diavolo significa spingere i costruttori e gli amministratori locali a scovare il raggiro, a ricorrere al peggio pur di utilizzare il mattone». Meglio, argomenta, venire a patti con le amministrazioni locali «ed esigere regole precise di rispetto della tipologia degli interventi che siano in grado di dialogare, in quanto a qualità dei manufatti e dei materiali, con le pre-esistenze. Non una scolastica intransigenza ma una proposta per arrivare a realizzazioni accettabili. Qui Andrea Carandini, nuovo presidente del Consiglio nazionale dei Beni culturali, manifesta opinioni molto interessanti». Non è un caso che Ripa di Meana citi Carandini che su designazione di Bondi ha sostituito Settis, pur riempiendo di lodi (e di sottili ironie) il direttore della Normale («ha ricevuto un applauso meritatissimo, con tutti quei voti, anche se si è iscritto in corsa, infatti è stato votato ma non ha potuto votare a norma di statuto... »). Nessuno, nemmeno l'interessato che lo ammette, si aspettava un'affermazione così solida di Ripa di Meana. Non tanto per il suo fresco passato di presidente. Quanto per il suo modo di intendere l'impegno nell'associazione, per le esplicite accuse al sodalizio di «pregiudiziali preferenze per il Pd», per i suoi attacchi all'amministrazione capitolina di centrosinistra di Walter Veltroni («la responsabilità del progetto per il megaparcheggio al Pincio è sua, commise un'autentica atrocità») e il suo iniziale appoggio, altrettanto esplicito, alla giunta di centrodestra di Gianni Alemanno. Ora, di nuovo cambiando rotta com'è nel suo temperamento, si pente di tanto entusiasmo: «Viste le condizioni attuali di Roma, ammetto di essere stato imprudente e precipitoso nell'apertura di credito, vedo purtroppo un'intima continuità col veltronismo». Quei 917 voti, dunque, segnalano che una fetta di Italia Nostra si riconosce in un Ripa di Meana che contraddice l'immagine-tipo dell'iscritto: vicino al centrosinistra, ostile al centrodestra, radicalmente ambientalista, scarsamente portato al dialogo (Carandini gratificò gli iscritti dell'appellativo di «Talebani della conservazione» nel suo recente volume Laterza). Come finirà? Sia Settis che Ripa di Meana si tirano indietro. Settis: «Non c'è nulla di truccato, il mio impegno alla Normale mi assorbe a tempo pieno e Italia Nostra merita un presidente altrettanto a tempo pieno». Chi gli è vicino racconta di centinaia di missive colme di stima che lo pregano di pilotare con mano salda Italia Nostra negli imminenti marosi autunnali del Piano casa. Lui risponde «no, grazie» a tutti. Ma cosa avverrebbe nel caso di un voto plebiscitario? Anche Ripa di Meana annuncia: «Sarei lusingato ma declinerei. Ora il mio ruolo è quello di voce libera e non conformista». Meno possibilità hanno a questo punto l'illustre urbanista Vezio de Lucia (arrivato al 14posto) o personaggi comunque meno votati come l'ambientalista Oreste Rutigliano, la paesaggista Francesca Marzotto Caotorta, la restauratrice Mariarita Signorini, l'archeologa Maria Pia Guermandi. La scelta potrebbe quindi cadere su Nicola Caracciolo, molto più vicino a Settis ma meno esposto di lui, per esempio, sul fronte dei rapporti con Sandro Bondi. In fondo, sarebbe nel filone della tradizione familiare. Disse Giorgio Bassani, presidente dal 1965 al 1980: «Se Italia Nostra è diventata l'articolato organismo di cui disponiamo, di ciò va dato merito soprattutto a Filippo Caracciolo, alla sua tenacia, alla sua pazienza di antico, esperimentato organizzatore di correnti generose e insubordinate...». Ricorda il ritratto del presidente di cui l'associazione sembra aver bisogno oggi.