Massimiliano Fuksas, paradossi e cronache private di un'archistar controvoglia. Libro-intervista con Paolo Conti P er favore, non chiamatelo archistar. Eppure Massimiliano Fuksas (la Maison des Arts di Bordeaux, la Fiera di Rho-Pero, la Peres Peace House di Jaffa, il flagship di Armani sulla Fifth Avenue a New York, la Chiesa di San Giacomo a Foligno, il progetto per la Nuvola dell'Eur a Roma) rientra in quel ristretto gruppo di architetti che fanno, malgré tout, tendenza. Quelle stesse, famigerate archistar che nel suo libro-intervista a Paolo Conti ( Caos sublime. Note sulla città e taccuini di architettura , Rizzoli, pp. 156, e 17,50) Fuksas bolla in maniera inequivocabile: «Contro la mitologia dell'orribile termine archistar » recita senza appello l'intestazione di uno dei capitoli. Non si tratta di un'autoanalisi, piuttosto di una confessione (professionale ma anche privata) «a briglie sciolte ». Fuksas (nato a Roma nel 1944) con questo Caos sublime (che richiama il Caos calmo di Sandro Veronesi, forse non a caso scrittore ma anche architetto) propone dunque una serie di riflessioni, quasi una sorta di minima moralia , attorno ai «temi architettonici più caldi del nostro Paese e del mondo intero». Dalle megalopoli alla scomparsa delle campagne; dai dubbi sul futuro delle periferie a quelli sul destino dei musei («Il Beabourg ha un'immensa importanza storica e simbolica, indipendentemente dal valore architettonico», «Il Met di New York riassume tutte le paure che il museo moderno può generare»); dai nuovi mecenati (rimarranno? scompariranno?) al declino dei nostri centri «storici» (Firenze e Venezia? «Due unicum. Se modifichi una sola parte di un edificio, alteri l'equilibrio dell'intero sistema»). Tutti temi ormai da tempo al centro dell'attenzione che però Fuksas affronta da grande comunicatore qual è, con sincerità e impegno, secondo il suo consueto stile «senza mezze misure», capace (al tempo stesso) di farlo amare oppure odiare. A proposito del destino delle metropoli, per le quali sembra prepararsi un futuro in bilico tra la Gotham City di Batman e il più anonimo degli shopping center, Fuksas invita ad abbandonare inutili rimpianti: «Dimentichiamoci dice a Paolo Conti la Roma da centosessantamila abitanti del 1870, non esisterà mai più», ma facciamolo «senza nostalgia» perché «molte di queste nostre città ideali erano luoghi comunque malsani e poco igienici, ci si viveva male, scoppiavano le epidemie, mancavano sistemi idraulici o di riscaldamento». E i famigerati ecomostri? «Le Vele di Scampia e lo Zen di Palermo sono un habitat creato contro l'uomo, scelte realizzate in aperta ostilità con il genere umano, atti da tribunale internazionale dell'Aia», realtà che sarebbero risultate «invivibili» anche se tutto avesse funzionato (le strutture, i servizi) come previsto. Ma sempre a proposito di ecomostri, Fuksas torna a sorprendere: «Non avrei abbattuto l'albergo del Fuenti di Torre del Greco, l'avrei invece trasformato in un monumento all'abusivismo e al brutto». Mentre a chi l'ha distrutto domanda: «E ora che ci fate? Come riempite quel bel buco nella roccia? Come impedirete che diventi un'immensa discarica?». Di questo Caso sublime a rimanere impresse sono però, più che le riflessioni tecniche di un progettista, le piccole cronache familiari dell'architetto: le intricate radici (il bisnonno era un mercante di sale ebreo lituano); la morte del padre; l'anno passato in Stiria dalla nonna Elisa; il frigo dove la mamma professoressa di filosofia lasciava «al massimo» una scatoletta di tonno e un limone. Insomma più che le annotazioni attorno ai grandi maestri (Michelangelo, Brunelleschi, Borromini, Bernini, Niemeyer) o alle «fonti d'ispirazione» (lo skyline di Tokyo, i panorami del National Geographic , Mattatoio N.5 di Vonnegut e Il cinema secondo Hitchcock di Truffaut), colpiscono le memorie di quei giochi «solitari e stravaganti» di un bambino, che da adulto ammetterà senza paura di non essere mai stato a un funerale.
Che errore abbattere il Fuenti, era un monumento
Il libro "Caos sublime. Note sulla città e taccuini di architettura" di Massimiliano Fuksas è un'intervista con Paolo Conti. Fuksas, noto per i suoi progetti di architettura, affronta temi architettonici caldi, come le megalopoli, le scomparsa delle campagne e il declino dei centri storici. Invita ad abbandonare i rimpianti per le città del passato e a considerare le nuove metropoli come habitat per l'uomo. Il libro contiene anche riflessioni personali di Fuksas, come la sua infanzia e le sue memorie di giochi solitari. Fuksas critica l'uso di termini come "archistar" e propone una visione più complessa della città e dell'architettura.
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