Per come siamo abituati, la Provincia è sempre stata una emanazione della città egocentrica, che ha considerato il suo entroterra come un parente sciocco e un po cafone, da tenere lontano dalle feste e dalla "cultura" che il capoluogo sapeva creare. Eppure, a pensarci bene, non è così; anzi basta capovolgere lordine dei fattori, il prodotto cambia radicalmente. Nel tempo i piccoli comuni della fascia extraurbana lasciati a se stessi e ghettizzati non hanno avuto grandi possibilità, se non quella di covare un odio ancestrale verso quei cittadini che li hanno per anni considerati come una riserva indiana: non più buoni ad assolvere servizi, si sono identificati in una enorme conurbazione senza soluzione di continuità che strangola, senza vie di fuga, la cinta urbana. Succede così che tutte le iniziative che il capoluogo mette in cantiere, non avendo altro che una vista corta che spazi nellentroterra, finiscono per essere fallimentari e quasi sempre prive di futuro. È perfino grottesco quanto sta succedendo per una visione tanto miope di affrontare i problemi. Basti pensare ad alcuni casi emblematici per i quali limmobilismo, dopo i grandi annunci, ha regnato sovrano e di fatto impedisce un reale sviluppo mancando fisicamente lo spazio per la crescita possibile. Prendiamo il caso di Coroglio e dellex Italsider. A che serve mettere in cantiere un futuro per Bagnoli se lintervento, qualunque esso sia, si limiterà allarea di costa senza prevedere le enormi potenzialità di sviluppo (le uniche possibili), mettendo in gioco con lalta qualità degli interventi proprio quei "tristi tropici" usati non come sviluppo ma come guaio irraccontabile (come una anomalia familiare da tenere nascosta) cercando di bypassare la realtà che ci circonda? Il fallimento della Coppa America fu in questo senso unautentica fortuna, perché quali conseguenze disastrose si sarebbero avute in città, senza veloci collegamenti con la periferia e lentroterra risanati e una provincia piena di eventi culturali? Lurbanistica è questo: mettere in condizione non un ambito, ma un territorio di vivere e crescere armonicamente. E veniamo al centro storico: che senso può avere una riprogettazione di quellambito che ha trovato nei secoli un suo equilibrio sociale e morfologico? Una ragione di esistere la può trovare solo se la provincia assorbe, promuove e ribalta il problema, offrendo una valida alternativa "umana" e sociale affinché venga aiutata a migliorarne la condizione di degrado nel quale versa attualmente. Viene da ridere a pensare ai dibattiti, alle relazioni colte nelle quali si prevede comee in che modo dovrà essere assassinato quel pezzo di città, distruggendo in un colpo solo memoria, tradizione e poetica che poi sono gli elementi su cui si basa la cultura della città. Sarà capace questa nuova Provincia e soprattutto avrà la forza di pianificare un metodo di lavoro per riappropriarsi di un primato che le spetta di diritto e che possa realmente ridare ossigeno per alimentare a misura di territorio la spocchiosa e insopportabile voglia di auto-gratificarsi della nostra città? Ogni cambiamento comunque, spolverando quanto di stantio si è stratificato sulle scrivanie dei burocrati, può far sperare in un nuovo corso che aiuti il capoluogo a crescere, mentre la provincia crea gli elementi per farla vivere. Sinergia indispensabile perché si producano, rivedendo i ruoli, risultati reali di profondo cambiamento.
NAPOLI - i cantieri napoletani e il ruolo della Provincia
La Provincia è spesso considerata un parente sciocco e cafone rispetto alla città, ma in realtà ha potenzialità di sviluppo. I piccoli comuni della fascia extraurbana sono stati lasciati a se stessi e hanno covato un odio ancestrale verso i cittadini che li hanno considerati come una riserva indiana. Questo ha portato a iniziative fallimentari e prive di futuro. Il capoluogo ha una vista corta e non ha considerato le potenzialità dell'entroterra. La riprogettazione del centro storico potrebbe essere un'opportunità per la Provincia di offrire una alternativa "umana" e sociale.
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