Scuole, università, teatri, musei, biblioteche, archivi - così come gli ospedali - non si guadagnano da vivere. Per compiere la loro missione civile, per aiutare, devono essere aiutati. E questo è un fatto che accomuna tutti i Paesi civili del mondo. Ma mentre le nazioni più avanzate sanno quanto sia fondamentale, pur nel mezzo di una grave crisi economico-finanziaria, investire nei grandi beni immateriali (salute, ambiente e cultura), il nostro Paese sembra essersene scordato. Peggio: alle prime avvisaglie di recessione, i primi e drastici tagli decisi dal governo italiano sono stati a carico della cultura, dell'arte, della ricerca, dello sviluppo e della formazione. Economisti e sociologi concordano nell'affermare che se il Bel Paese perde drammaticamente competitività (49 posto nella classifica mondiale, 89esimi per la qualità del sistema educativo, 99esimi per qualità della ricerca, prima università italiana al 192 posto?) è anche a causa dello scarso peso che attribuiamo alla nostra produzione culturale. L'Italia pare aver dimenticato il proprio patrimonio culturale, le proprie origini. Sembra che il fatto di essere così permeati di cultura ci autorizzi a non occuparcene; che l'abitudine a tanta storia e bellezza generi in noi indifferenza. Una sindrome di Stendhal alla rovescia. I numeri, come sempre, parlano chiaro. Gli stanziamenti pubblici in Italia destinati al settore cultura per il 2009 rappresentano lo 0,22 del bilancio dello Stato (in Francia è l'1, il 3,4 del pil). Il nostro budget culturale, considerato inadeguato dallo stesso ministro Bondi, è di 1568 milioni di Euro (-23 rispetto al 2008). In Francia, il presidente Nicolas Sarkozy, presentando un piano di investimenti e agevolazioni a beneficio della cultura nelle sue varie forme, sostiene che la Francia agisce così non per l'economia del Paese ma per la sua civiltà, considerando un'eventuale crisi morale e culturale di gran lunga più temibile di quella finanziaria, economica e sociale. Ma, dopo queste alate espressioni, stacca un assegno di 2.900 milioni di euro, di cui più di 120 destinati al Louvre. È tanto? È abbastanza? Difficile dirlo. Ciò che importa e che alla fine i conti tornino: a Parigi arrivano 18 milioni di visitatori l'anno, quasi nove milioni solo al Louvre. Molte delle imprese culturali, anche pubbliche, si autofinanziano. Nel Regno Unito, dove non vige la mitologia dei cosiddetti beni culturali e si fa sistema con le industrie creative e culturali, Gordon Brown mette la cultura e la creatività al centro dello sviluppo strategico del sistema britannico e pone come obiettivo primario della nazione offrire la possibilità ai giovani di trovare il loro talento e di farlo diventare lavoro e ricchezza per sé e per gli altri. E, molto pragmaticamente, ai piani strategici seguono robusti investimenti. Francia e Regno Unito, che pure fanno riferimento a ordinamenti e gestioni politiche differenti, distinguono entrambi molto bene tra spesa corrente e investimenti strategici, cioè nuovi progetti strutturali adeguatamente finanziati con l'obiettivo di generare crescita sociale, culturale e economica. In parole semplici: cultura come risorsa e motore di sviluppo, non come "lusso" da tagliare. E noi? Per quelli che, sulla scorta delle buone notizie estere, stavano già sognando un trend positivo dei consumi culturali al tempo della crisi anche qui in Italia, il risveglio è stato brusco. Il rapporto presentato qualche giorno fa da Federculture non lascia dubbi interpretativi: un disastro. Il dossier presentato dall'associazione che riunisce imprese e operatori culturali presenta i dati aggiornati al 2008 del sistema culturale italiano. Calano le presenze nei musei (-3,8 rispetto al 2007), con il crollo delle visite alla Reggia di Caserta (-24,8) e al sito archeologico di Pompei (-12,3). Numeri orribili, che quasi certamente svelano una perdita di reputazione non imputabile alla crisi economica, solo in parte controbilanciati da quelli positivi del Circuito Palatino di Roma (Colosseo, Palatino e Fori 7,6) e del Museo egizio di Torino ( 1,2). E se il teatro geme (-10 degli incassi), il cinema certo non ride (- 6). E il turismo culturale? Nel 2008 le presenze alberghiere nelle nostre città d'arte hanno segnato un - 6,9 e anche nei primi mesi del 2009 l'andamento pare sia decisamente negativo. La risposta? Il budget per la promozione turistica dell'Enit è stato decurtato per l'anno in corso del 37. La sindrome di Stendhal alla rovescia (grave insensibilità alla cultura, all'arte, al bello) sembra aver colpito il Bel Paese più della febbre aviaria e suina messe insieme. È un morbo subdolo e trasversale. Ne sono affetti, in modo bipartisan, presidenti del Consiglio e capi dell'opposizione, ministri e candidati alle primarie, parlamentari. Sotto osservazione, perché a rischio di contagio, conservatori, storici dell'arte, architetti, docenti, studenti, pubblico generico e giornalisti. Dunque urge una vaccinazione di massa. Qualcuno già parla di emergenza nazionale e di pericolosa deriva verso il disastro. Eviterei il catastrofismo. Tuttavia che un approccio moderno e pragmatico ci porterebbe a immaginare come necessario un "patto civile" tra maggioranza e opposizione. Un accordo che parta dalla reciproca autocritica per la quasi totale assenza nelle ultime campagne elettorali e nelle successive dialettiche parlamentari, dei temi della cultura, del paesaggio, della ricerca e della creatività giovane. Il futuro della nostra Cultura deve entrare, al pari delle altre emergenze nazionali, nel ciclo delle grandi riforme che il Paese aspetta e di cui si avverte un forte ed urgente bisogno. I temi sono i soliti: cultura come misura delle politiche pubbliche, cultura come sviluppo sociale e qualità della vita, centralità del territorio, modernizzazione del sistema di gestione, miglioramento del rapporto pubblicoprivato, professionalità, formazione, comunicazione, internazionalizzazione. E soprattutto, un mercato di riferimento sopra gli altri: i giovani. Trova il tuo talento, la tua creatività e trasformali in mestiere non è uno slogan pubblicitario. Può essere l'obiettivo di una politica coraggiosa che va incontro alla modernità, una politica in grado di trasformare i rischi di una recessione in opportunità di sviluppo e crescita. Proviamo a mettere la cultura e la creatività giovane al centro della nostra vita, della nostra politica, della nostra economia. maurizio luvizone è consulente e docente in Economia, mercato e promozione della cultura.