La rifondazione deve saldare attorno all'Università strategie operative globali Ricostruzione La sfida: trasformare una città-territorio in una città-impresa A proposito di "aquilanità", di fierezza dell'animo, senso d'appartenenza, dispiace dirlo, soprattutto scriverlo, ma troppi aquilani stanno fuggendo dalla città. Si badi, non è solo una fuga fisica (peraltro comprensibilissima vista la grave emergenza logistica ed una difficile condizione psicologica alimentata da uno sciame sismico che sembra non finire più), ma è soprattutto una fuga ideologico-culturale, piuttosto inquietante, riconducibile a questioni più generali concernenti i mutamenti di una forma urbana e del suo funzionamento. Ormai da un po' di anni, in Italia, si è sviluppata, a livello politico-amministrativo e nell'immaginario di molti, un' idea di città "centrocommercializzata", pensata solo in funzione di operatori della grande distribuzione, in cui il cittadino-persona non recita più il ruolo di partecipata fruizione, ma solo quello di puro consumatore di beni e di servizi magari anche tecnologicamente avanzatissimi. Non è più, quindi, una res pubblica che si autorappresenta attraverso un "suo" spazio urbano, ma è una res privata che impone un marchio territoriale, peraltro ormai indifferenziato, in cui identificarsi totalmente. L'Aquila, dunque, non risponde più a questo modello di sviluppo urbano che molta gente ha interiorizzato ( "vado sulla costa perché è più dinamica"!), considerandolo, a torto, come icona della contemporaneità. Ma come si costruisce questa? Non certo inseguendo logiche insediative, industriali e commerciali, piovute dall'alto, ma avendo un approccio fenomenologico con la propria realtà territoriale. La civitas aquilana costruì le sue fortune basandosi essenzialmente su due fattori: un'originalissima ed unica forma di reciproca corrispondenza tra la città ed il territorio che la fondò, ma soprattutto una straordinaria capacità imprenditoriale di alcune famiglie locali che seppero intercettare flussi economici rilevantissimi per l'epoca, determinando una supremazia economico-culturale che, tra l'altro, ha sedimentato uno dei centri storici più estesi e belli d'Italia. Ed allora perché non trasformare una città-territorio in una città-impresa? Perché non programmare in dettaglio tutti i passaggi cruciali per sviluppare una moderna cultura d'impresa? Per troppi anni s'è parlato solo di urbanistica, di storia, d'arredo urbano ma il terremoto ha tragicamente decretato l'urgenza di stipulare un nuovo atto fondativo che strutturi la fase di ricostruzione saldando attorno all'Università, certamente la più grande impresa d'Abruzzo, ed a tutti quei "motori di ricerca" culturali e non che L'Aquila ha, strategie operative globali, proiettate su orizzonti internazionali e sostenute da efficaci logiche di partenariato tra enti pubblici ed il più alto numero di soggetti privati. Tutto ciò per ricostruire innovando, adottando in maniera non dogmatica quella ormai famosa esclamazione " Dov'era, com'era!", intrisa di ottuso conservatorismo, e, semmai, riformulandola in " Dov'era, com'era, come dovrebbe essere!". Perché tutto il territorio urbano, in particolare il centro storico, necessita sicuramente di un ripristino di quei valori ambientali ed architettonici perduti, ma ancora di più, per aumentarne l'attrattività, di un generale ripensamento che adegui certi spazi a nuove forme di vita collettiva, di relazioni sociali, di consumi culturali caratterizzanti i nostri tempi e di fronte alle quali non si può più chiudere gli occhi. E' questa una sfida ardua anche se una straordinaria occasione che richiede uno sforzo collettivo, al quale si risponde, certo, con il coinvolgimento attivo dei singoli cittadini (quelli che non sono scappati!) ma in particolare, con una pubblica amministrazione che nel governare i processi di sviluppo di una competitività locale, sappia recitare un ruolo di concreta organizzazione produttiva e non quel Vai alla homepage 29072009