Il presidente della Giunta centrale per gli studi storici e la polemica sul 150 dellUnità italiana Cè bisogno di un vero federalismo culturale: invece ci troviamo in unanarchia dilagante in cui tutte le iniziative vengono prese quasi sempre per impulso politico Occorre ricordare che come in tutti gli Stati civili, anche in Italia nelletà dellunificazione fu formata una rete di istituzioni preposte allo studio della "storia patria" come allora si diceva: gli Istituti Nazionali e le Deputazioni o Società locali. Nella sua storia più che centenaria, lIstituto storico Italiano, fondato nel 1883 e articolato poi dal 1934 nella Giunta centrale per gli studi storici e negli Istituti (storia antica, medio evo, età moderna e contemporanea, Risorgimento) è sempre stato un fondamentale punto di riferimento per gli studiosi italiani e stranieri, anche attraverso la Scuola Nazionale per la ricerca e lo studio delle fonti per la storia dItalia e la loro pubblicazione. Lautonomia di tali enti era stata preservata anche durante lepoca fascista, mediante un istituto ormai "fuori moda", ma di sicura efficacia nellevitare il condizionamento da parte del potere politico: la durata vitalizia delle cariche direttive. Nella direzione di queste strutture sono stati chiamati uomini di grande rilevo culturale (basta fare i nomi di Gaetano De Sanctis, Aldo Ferrabino, Federico Chabod) per opera dei quali la storiografia italiana ha potuto inserirsi dopo la Liberazione nella grande storiografia internazionale. Ora la Giunta centrale, gli Istituti e le Deputazioni di storia patria, dal 1990 sotto la tutela del Ministero dei beni culturali, attendono ancora un nuovo regolamento con linserzione nel sistema di autonomia e democrazia previsto dallart. 33 della Costituzione e vivono con contributi di anno in anno che non soltanto sono insufficienti ma sono anche provvisori e non permettono una programmazione degna di questo nome. Per essere chiari in spazio ristretto diciamo che la Giunta storica riceve dal Ministero un contributo annuo di euro 115.000 (con i quali deve pensare alla sede e al funzionamento, alla pubblicazione on line della Bibliografia Storica Nazionale, alla partecipazione degli studiosi italiani ai grandi congressi internazionali, eccetera) e le Deputazioni e Società locali contributi che vanno dai 2.000 euro ad un massimo di 10.000. Non si tratta a questi livelli di un risparmio sulle spese ma di una politica coerentemente perseguita - in negativo - da parte di tutti i governi che si sono succeduti nelletà repubblicana sino ad ora: favorire le operazioni di spesa che possono servire direttamente o indirettamente a rafforzare il prestigio o le clientele dei partiti, delle forze politiche nazionali o locali (dalle elargizioni per manifestazioni effimere ma utili sul piano dellimmagine) riducendo invece al massimo la capacità diniziativa e lautonomia delle strutture che in tutti i paesi civili sono deputate alla "memoria" critica della nazione, alla storia. La discussione che si è sviluppata a partire dallintervento di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 20 luglio merita, al di là delle discussioni sul comitato dei Garanti, sulla carenza dei finanziamenti, sulla frammentarietà e futilità delle iniziative proposte, un approfondimento sulla situazione della storiografia nel nostro paese: non esistono in Italia strutture autonome deputate istituzionalmente, accanto ai Dipartimenti universitari, a promuovere e diffondere la ricerca storica come "memoria" viva del paese? Anche se i danni di questa paralisi non sono così visibili come quelli di una catastrofe naturale, si sta però logorando un tessuto che è essenziale sia allinterno che come rappresentanza del paese nellambito internazionale: se questa funzione era necessaria nelletà in cui lidentità nazionale era indiscussa, essa diventa indispensabile in un momento di transizione come il presente. Non posso qui parlare della crisi attuale dello Stato nazionale moderno, ma penso si possa affermare che stiamo passando, in questetà della globalizzazione, dallo Stato sovrano allo "Stato sistema", cioè da una situazione in cui soltanto gli Stati nazionali erano i protagonisti della politica e del diritto, unici veri soggetti, ad una situazione molto più complessa in cui limportanza dello stato sta nellessere il baricentro di un insieme di forze sociali ed economiche e lo strumento per laffermazione di questi interessi al livello globale. Credo si possa dire che se è declinata la funzione dei grandi istituti storici come base per la costruzione dellidentità nazionale-statale è confermata e aumentata la necessità di un servizio per la memoria collettiva che possa sostenere il dialogo tra le culture dentro e fuori il paese. Questa nuova funzione culturale non è stata affrontata in Italia, come avrebbe dovuto essere, insieme alla costruzione politica delle strutture regionali: si sta attuando ora il federalismo fiscale (cosa di cui sono personalmene contento) ma ciò rende ancora più necessario procedere a un vero federalismo culturale ancor mancante. Attualmente ci troviamo di fronte ad unanarchia dilagante, senza freni, nella quale tutte le iniziative vengono prese a livello nazionale e locale (dai centenari celebri alle manifestazioni cittadine) quasi sempre per impulso politico, con una dispersione senza pari delle energie umane e finanziarie esistenti: viene trascurato un problema molto più profondo che tocca lidentità storica collettiva della nazione e per il quale non basta invocare il canto dell"Elmo di Scipio". (è Presidente della Giunta centrale per gli studi storici)