Comincio con una citazione dal rapporto annuale dell'Istat 2008: «Le dinamiche economiche, combinate con quelle demografiche e sociali, producono i loro effetti sul territorio anche attraverso il fenomeno dell'urbanizzazione: esse si traducono, cioè, nell'espansione degli spazi destinati alla residenza e allo svolgimento delle attività industriali e terziarie, e delle reti infrastrutturali al loro servizio. Da tempo, anzi, le ripercussioni di queste dinamiche sull'assetto del territorio tendono ad amplificarsi. Il legame fra crescita demografica ed economica da una parte e crescita urbana dall'altra non è più lineare: l'urbanizzazione si manifesta in forme sempre più pervasive e complesse e ha conosciuto, negli ultimi decenni, un'accelerazione senza precedenti, relativamente autonoma rispetto agli andamenti demografici ed economici recenti, e suggerisce, piuttosto, un'evoluzione in senso consumistico del rapporto della popolazione con il proprio territorio». Quello che sta accadendo è un'evoluzione in senso meramente consumistico del rapporto tra popolazione e territorio. Questo discorso si può integrare con una statistica ancora non pubblicata, nel rapporto annuale del Cresme, un' agenzia di ricerca che lavora molto seriamente e facendo estrapolazioni sui dati forniti dall'ISTAT e dalle Regioni, vi fornisco un dato qualitativamente rilevante : negli anni 90 -sostiene il Cresme , il fabbisogno annuo di nuovi appartamenti, in Italia si era stabilizzato in una media di 320 mila nuovi appartamenti all'anno che presuppongono 320mila nuovi nuclei familiari (anche di una sola persona) che hanno bisogno di altrettanti appartamenti. Questa è l'aspettativa sulla quale è costruito il mercato, dalla produzione di cemento alle imprese di costruzione alle agenzie immobiliari. Il problema è che l'Italia ha una demografia in calo, e negli ultimi anni il fabbisogno reale di appartamenti annuo è di 200 mila, dovuto in parte al crescere della popolazione autoctona, ma in buona parte agli immigrati. Abbiamo dunque, in questo momento, una popolazione in continuo calo ed una aspettativa da parte delle ditte di costruzione, delle agenzie immobiliari, che invece continui la produzione di appartamenti ad un livello di 320mila. Quindi ogni anno si continuano a produrre decine di migliaia di appartamenti destinati a rimanere invenduti. Questa è la situazione, e mi pare sia esplosiva. E' una situazione che ha a che fare con il paesaggio? Mi sembra di sì, dato che per paesaggio si deve intendere, anche il paesaggio urbano. Qualche altro dato. Secondo l'annuario Istat 2006, tra il 1990 ed il 2005 l'Italia ha coperto di cemento 3milioni 363mila ettari di suolo. È come se l'intero Lazio e l'intero Abruzzo fossero stati completamente cementificati. La Calabria è al secondo posto in questa statistica poco invidiabile, dopo la Liguria che è al primo posto per consumo del suolo. Nonostante la situazione così preoccupante non c'è nessun segno di una vera presa di coscienza. Cito qualche caso: la Lombardia, retta dal centro destra, in quel quindicennio, ha consumato e cementificato il 18 del proprio suolo libero e nonostante ciò in questo momento stanno per essere assorbiti da strade, autostrade, svincoli altri 2670 ettari di terreno agricolo, mentre il territorio urbanizzato sta crescendo di 13 ettari al giorno. A Roma le amministrazioni di centrosinistra che si sono succedute hanno messo a punto un piano (peraltro adottato dal centrodestra) che prevede 70 milioni di metri cubi da costruire nei prossimi anni, in periferie lontano dalla città, che la giunta Veltroni ha etichettato, per nasconderne la vera natura, "nuove centralità". È la tecnica dell'eufemismo ben nota a chi ha studiato retorica. Potrei continuare con altri esempi, ma vorrei provare a dire perché l'invasione del suolo è negativa per noi che siamo i cittadini. La cementificazione in terreni già agricoli comporta la copertura dei suoli , quello che si suole chiamare in inglese "soil sealing", che comporta la perdita spesso irreversibile, e comunque recuperabile con molta difficoltà, delle funzioni ecologiche del suolo, ed accresce la possibilità di frane ed alluvioni, nonché gli effetti in caso di terremoti. In un Pese fragile come il nostro, la cementificazione fragilizza ulteriormente il territorio. Non è vero che dove c'è più cemento si è più sicuri, è il contrario, e parlando di terremoti ed alluvioni in Calabria non credo di dover fare grandi sforzi retorici per convincere di quello che dico. Un altro esempio: le coste. Nella sola Liguria ci sono oggi 49 piccoli porti per 20500 barche, sono progettati 15 porti per 15000 posti barche in più cioè un posto barca ogni 25-30 persone. Nell'inchiesta sulla regione Calabria tratta da Repubblica ho appreso che sulle nostre coste esiste un edificio abusivo ogni 134 metri lineari di costa. Questa è la situazione con cui abbiamo a che fare, ma con essa è difficilissimo confrontarsi. Manca l'informazione? No! Basta andare in rete per trovare facilmente un'abbondanza di dati strepitosa, ma spesso incoerente, contraddittoria, impossibile da dominare. Di fronte all'enorme diluvio di dati, il cittadino si scopre disarmato e impotente: è difficile orientarsi, eppure è indispensabile. Infatti, è stupefacente ma innegabile che nessuno dei partiti politici nelle recenti elezioni da detto una parola, nessuno ha provato a capire, nessuno ha un'idea progettuale, nessuno vuole cercare una soluzione. Tutto ciò è possibile perché esiste una connivenza trasversale che lega la classe politica e che ha portato il nostro Paese ad avere un sistema di leggi di tutela che puntualmente vengono evase, e di leggi che "devastano" il territorio, che velocemente vengono applicate. Soltanto da noi cittadini può venire una reazione. Come ha scritto un giornalista tedesco, "l'Italia, è un Paese nel quale gli scandali non sono fatti, ma opinioni" Vorrei ora elencare tre paradossi. Primo: l'Italia ha da anni il più basso tasso demografico d'Europa, ed ha simultaneamente il più alto tasso di consumo del suolo. Siamo sempre di meno e consumiamo sempre più territorio. Chiediamoci: non è che un giorno o l'altro questo meccanismo, lasciato a se stesso, diventerà un boomerang? Secondo paradosso: l'Italia è uno dei Paesi che ha leggi sulla tutela del paesaggio più organiche e rigorose, con strutture apposite di tutela (le soprintendenze) eppure ogni giorno l'aggressione selvaggia al paesaggio continua. Chiediamoci: come mai? Terzo e ultimo paradosso: l'Italia ha una lunga tradizione civile su queste tematiche, su cui si moltiplicano libri, convegni, lezioni, però c'è un luogo dove non si parla quasi mai di paesaggio, la scuola. Nella scuola, il paesaggio è solo quello dipinto, quello degli storici dell'arte, di Lorenzetti, di Tiziano. Il paesaggio vero , quello che si guarda dalla finestra, quello in cui noi viviamo, nella nostra scuola non c'è. Abbiamo dunque, come ho detto, una situazione paradossale: un sistema di leggi sul paesaggio complessivamente buono, che però troviamo il modo di eludere; al contrario, ogni tanto vengono fatte leggi che autorizzano la devastazione del paesaggio e vengono immediatamente applicate. Un esempio è la "Tremonti bis" del 2001, che introdusse la detassazione del reddito d'impresa per chi reinvesta, anche in costruzioni utili all'impresa stessa. Ecco perché (facciamo un esempio) in Veneto si sono edificati in tre anni 113 milioni di metri cubi di capannoni il cui 60 sono vuoti. Come dire: meglio costruire un capannone vuoto che pagare le tasse. Secondo esempio: gli oneri di urbanizzazione, regolati dalla legge Bucalossi nel 1977, che li destinava a ripagare le opere di urbanizzazione. Ma nel 2001 il testo unico dell'edilizia ha abrogato questa norma ed ora i comuni possono spendere quei soldi per qualsiasi scopo, per esempio per le spese di rappresentanza, per pagare stipendi ecc. Questa modifica è dovuta al governo Amato, cinque giorni prima di passare la poltrona a Berlusconi, su proposta del ministro Bassanini. La conseguenza è che ad un comune, per far quadrare il proprio bilancio, conviene dare il più possibile permessi di costruire, onde incassare gli oneri di urbanizzazione, ormai diventati il mezzo per ripianare il deficit dei bilanci comunali. Questo riguarda tutti i comuni, anche i più virtuosi. In questa cultura della crisi gli introiti da oneri dei urbanizzazione sono divenuti un modo per svendere il territorio; i bilanci si ripianano barattando l'accesso a nuove risorse liquide con la distruzione del paesaggio. Il paesaggio dunque, viene distrutto dalle leggi. I comuni vivono sull'ici e sugli oneri di urbanizzazione. Ma l'abolizione dell'ici, voluta dall'attuale governo, ha comportato un "buco" di bilancio, col conseguente aumento di richiesta di introiti da oneri di urbanizzazioni, dunque con un aumento dei permessi di costruire. In questa logica occorre inserire anche la questione dei condoni edilizi, paesaggistici e ambientali, inventata dal governo Craxi nel 1985, e ripresa dai vari governi Berlusconi, che ne hanno già all'attivo tre. Il condono (cioè la depenalizzazione di costruzioni e offese al paesaggio che sono altrettante violazioni delle norme, altrettanti reati) viene magari chiamato "riqualificazione", ma regolarmente comporta un accrescimento della volumetria che nel momento in cui fu effettuato era illecito e viene, appunto, "condonato". Questo meccanismo (prima il "peccato", poi il "perdono") è stato capovolto dal recente "piano-casa", in cui il perdono viene prima del peccato: anzi, lo Stato invita a violare le norme, sospendendone temporaneamente la validità. "Piano" e "casa" sono due parole facili da capire, eppure sono oggi al centro di un rompicapo politico-istituzionale che ben pochi cittadini sono in grado di cogliere. In effetti, il nostro governo in carica ha usato l'espressione "piano-casa" in due sensi completamente diversi, anzi opposti. Il primo è quello adoperato nel DL 112 (poi L. 133): un "piano casa" che vuol dire essenzialmente "social housing", capitali pubblici che aiutano le classi disagiate, dagli anziani alle giovani coppie agli immigrati. E' questo il "piano casa" varato dal governo in questi giorni, dopo mesi in cui sembrava essersene dimenticato. Ma tutto lo scontro politico si è svolto su un "piano casa" che, sebbene si chiami nello stesso modo e sia stato lanciato dallo stesso governo, è precisamente l'opposto del primo. Non serve a chi ha difficoltà di trovar casa, ma è riservato a coloro che hanno già non solo la casa, ma i soldi per ingrandirla. L'idea iniziale (marzo 2009) era di autorizzare aumenti di volumetria in deroga a tutte le norme vigenti. Un accordo Stato-Regioni del 1 aprile prevedeva una legge-quadro nazionale che autorizzava la sospensione temporanea delle norme (comprese le norme di tutela del paesaggio), e che avrebbe dovuto esser promulgata entro 10 giorni. Le Regioni, dopo questa legge nazionale, avrebbero avuto tre mesi per fare le proprie leggi applicative. Ma ad oggi la legge-quadro non è stata mai promulgata. Perché? E' una conseguenza (positiva) di un evento drammatico, il terremoto d'Abruzzo. Esso ha reso particolarmente chiaro che sospendere la validità di certe norme (come quelle antisismiche) sarebbe stato irresponsabile. Da allora, dopo qualche esitazione, il governo nazionale sembra essersi dimenticato di questo suo irresponsabile "piano-casa". Tuttavia, le regioni stanno facendo le loro leggi locali, pur in assenza della legge nazionale che sarebbe indispensabile a rendere valide le normative regionali: infatti è chiaro che nessuna regione ha il potere di sospendere la validità di norme (come quelle della tutela del paesaggio) che risalgono a leggi dello Stato e hanno fondamento nell'art. 9 della Costituzione. Tutte le leggi regionali sul piano-casa sono incostituzionali, e lo Stato dovrebbe impugnarle davanti alla Corte Costituzionale, che immediatamente ne cancellerebbe la validità. Ma si può sospettare che questa "diligenza" di quasi tutte le regioni nel fare il proprio "piano-casa" parta dal presupposto che lo Stato non intende affatto impugnare le leggi regionali. In tal caso, il "condono preventivo" dei vari "piani casa" sarà doppiamente incostituzionale: perché non si possono ammettere deroghe, nemmeno a livello nazionale, alle normative generali della tutela, ma anche perché le leggi regionali, in mancanza di una legge-quadro nazionale, non dovrebbero avere alcuna validità.