Da Shanghai a Shenzhen, le città sono sempre più grandi e più alte. «Solo per battere in altezza il vicino», afferma Vittorio Gregotti Nel 1967, quando uscì il film di Bellocchio, pochi c'erano stati, ma la Cina sembrava vicina, anche se in realtà più come utopia che come realtà. Ora che si è passati dalla teoria «dei cento fiori» della rivoluzione culturale alla pratica delle «cento città» del capitalismo globalizzato, la Cina si è ritagliata un posto centrale: nonostante sia diventata un centro di gravità per l'intera economia mondiale, però, rimane di fatto una grande incognita, l'enigmatico punto della bilancia di un destino che non riguarda solo i cinesi. Tra i tanti indicatori della rinascita asiatica, quello edilizio è forse il più forte e senza dubbio il più visibile. A Shanghai e a Pechino, i punti d'attrazione per migliaia di turisti sono i nuovi musei della città, dove le megalopoli del futuro offrono lo spettacolo dei grandi cantieri: un'ispida barriera di grattacieli sotto i quali soccombono ogni giorno gli ultimi residui delle forme di vita tradizionale, gli hutong, le case-cortile simbolo di un proletariato che un tempo era comunità. Proprio all'ultimo hutong è dedicato questo libro-inchiesta di Vittorio Gregotti, il cui lavoro di architettura in Cina da dieci anni sta misurando difficoltà e speranze di costruire realistiche alternative a uno sviluppo che ha ormai i connotati inquietanti di un'ideologia mondiale. «Ogni volta che torno in Cina scrive Gregotti di ritorno dai suoi cantieri a Pudong, a Dalian o a Shanghai mi domando come sia possibile che l'architettura possa diventare il più efficace ritratto degli aspetti più concitati e meno amabili della convivenza sociale nonostante il loro efficiente funzionamento. Il termine sviluppo senza fine dimostra qui i suoi limiti di senso. Quartieri, ma non città. Immensi, ripetitivi e tristissimi complessi di abitazioni che sembrano vivere in attesa di un destino incombente di demolizione e spostamento ulteriore: il segno più evidente di un'occasione perduta». Come ha mostrato la vetrina delle Olimpiadi e come dimostrerà l'Expo di Shanghai, l'architettura e la città mantengono in Cina un significato simbolico oltre che economico: sono la dimostrazione di aver raggiunto e anzi superato l'Occidente sul suo stesso campo, mettendo in gioco quella variabile della grande dimensione che ha consentito a Shenzhen di passare a 12 milioni di abitanti dai circa 30mila di pochi decenni fa. Ma la modernizzazione può essere un frutto avvelenato e la riproduzione del modello occidentale sulla scala demografica cinese richiede molto più che un aggiornamento di misure, pena l'apocalisse ambientale e l'olocausto culturale. Gregotti è uno degli ultimi architetti-intellettuali che non concepisce il progetto separato dalla dimensione autocritica del lavoro in architettura: l'opera diventa così materiale di riflessione che spinge a interrogarsi sulle differenze, sulle contraddizioni, sulle difficoltà che comporta ogni atto di confrontare una forma culturale con un nuovo contesto. Nel 1978, con Delirious New York Rem Koolhaas scrisse il manifesto dello spirito animale del capitalismo nel l'immaginario della città della congestione. A trent'anni di distanza il diario di viaggio di Gregotti misura le devastazioni di questo modello potenziato dal l'ideologia della deregulation e dal trapianto in un altro contesto: quello del l'Oriente. Qui «le città crescono e si muovono secondo il principio di una libertà come assenza di impedimenti anziché come progetto: secondo la cinica ideologia della "città generica", dove l'unico spazio pubblico è quello sorvegliato e privatizzato. Città costruite come accumulazione di oggetti costipati e inessenziali in competizione: sempre più grandi, sempre più in alto, non per raggiungere il cielo ideale dell'universo ma solo per battere in altezza il vicino». Sospinta dal terrore della povertà e dall'ossessione dell'arretratezza, la Cina sta cadendo nell'imbuto del male occidentale, sospesa, come dice Gregotti, tra disastro e possibile salvezza. Proprio per questo non ci è mai stata vicina come adesso: una prossimità pericolosa a meno che non si riesca a trasformarla in occasione per una comune uscita.