Si dice «Petra dei Nabatei» e si sognano il Siq tortuoso, le tombe rupestri e le carovane di spezie che arricchirono il primo impero arabo. Ma chi entra nella valle di Petra vede chiara l'impronta di Roma: via colonnata, templi, botteghe, ninfei, teatro. Poi vede le basiliche bizantine, e magari raggiunge i castelli crociati ai limiti della valle. I luoghi, tutti i luoghi, hanno una storia che va oltre le circostanze da cui hanno tratto fama. Giunge fino a noi, anche se fingiamo di ignorarlo. Ci piace pensare all'Acropoli di Pericle, al Colosseo dei gladiatori, alla Petra dei Nabatei come se fossero cristallizzati in un passato eterno, risparmiati dal fluire della storia. E spesso anche esclusi dal mondo che li circonda. Isolati sia nel tempo che nello spazio. Ma Petra ha avuto buoni avvocati difensori pronti a marciare fuori dalla sua valle nella regione tutta. Gli archeologi medievali dell'Università di Firenze, con la direzione di Guido Vannini, hanno indagato i suoi castelli crociati assieme ad altri costruiti nella zona. E sono approdati a Shawbak, circa 25 km a nord di Petra, scoprendo che fu fortezza romana prima che crociata. E dopo i crociati, gli Ayyubidi del feroce Saladino non la distrussero ma la trasformarono in reggia con tanto di sala del trono. Shawbak divenne capitale della regione come secoli prima lo era stata Petra. E continuò a esserlo anche coi Mamelucchi. I fiorentini hanno dunque riportato alla luce una storia a lungo ignorata, narrando gli intrecci che hanno trascinato il fulcro della regione «da Petra a Shawbak», come recita il titolo della mostra aperta da domani a Firenze alla Limonaia di palazzo Pitti. Sottotitolo: «Archeologia di una frontiera». Perché quella terra deve la sua fortuna proprio al suo ruolo di cerniera geografica tra il mondo mediterraneo e il deserto, e tra la sfera di influenza siriana e quella egiziana. Una cerniera che ancor oggi sa mediare tra gli arabi mediterranei e quelli del l'interno, e tra nord e sud. La Transgiordania ha abbandonato la propria funzione di crocevia solo per alcuni secoli, col declino del mondo antico, ma è tornata in auge coi Crociati e con chi è venuto dopo di loro. Fu confine "fluido", un'intera regione di frontiera come ce ne furono diverse nel Medioevo. Un mondo di commistioni e paradossi dove la mezzaluna e la croce sapevano spesso convivere. La mostra racconta questa lunga vicenda di frontiera. Presenta oggetti splendidi: stele nabatee, vasi romani, decorazioni architettoniche e ceramiche medievali. Ma tutto è funzionale alla storia narrata. Una storia che, auspica il governo giordano, saprà portare anche a Shawbak i turisti oggi sciamanti per Petra. Certo, purché a Shawbak la tutela sia più rigorosa e meditata che a Petra.