Cominciamo a non chiamarli più "piromani". La piromania è una mania incendiaria, un impulso irrefrenabile di dare fuoco alle cose. E come il cleptomane non è un ladro, così il piromane non è automaticamente un delinquente. Meglio, allora, chiamarli incendiari, terroristi, criminali delle fiamme. Dalla Sardegna fino alla Puglia, alla Calabria e alla Sicilia, loffensiva del fuoco che assedia ancora una volta il Belpaese - con il favore del caldo torrido e del vento forte - non è né una calamità naturale né tantomeno un evento imprevedibile. Qui si tratta precisamente di dolo, di incendi dolosi, innescati puntualmente da una volontà efferata di distruzione e di speculazione, spesso nelle stesse regioni o addirittura nelle stesse località. Quello che abbiamo di fronte è un esercito clandestino di malviventi; una "mafia occulta" che va combattuta con le armi della legge, della prevenzione e della repressione. La prevenzione, innanzitutto. Cioè il controllo del territorio, la sorveglianza da parte delle forze dellordine, del Corpo forestale dello Stato, della Protezione civile. Magari con lausilio di tutti gli strumenti elettronici e telematici che la moderna tecnologia mette a disposizione. E purtroppo, su questo primo punto, si deve lamentare unevidente carenza dellapparato pubblico, una mancanza di efficacia e di tempestività: sia nellattività preventiva di vigilanza e di controllo sia in quella dintervento per circoscrivere e spegnere i roghi. Poi, la repressione. Non solo, ovviamente, quella di carattere giudiziario che spetta alla magistratura penale e agli organi di polizia, per perseguire il reato di incendio boschivo introdotto nel 2000, sotto il governo Amato, da un decreto-legge dellallora ministro dellAgricoltura, Alfonso Pecoraro Scanio. Ma anche quella di ordine amministrativo che deve sanzionare i responsabili sul piano più economico e materiale. Vale a dire risarcimento dei danni, sequestro dei conti correnti, confisca dei beni. E infine, bisogna rendere più rigoroso ed effettivo il blocco delle aree colpite, in modo da impedire qualsiasi iniziativa edilizia per i successivi dieci, quindici o ventanni, sulla base del catasto degli incendi che molti Comuni non hanno mai realizzato. Così si può sperare di stroncare la speculazione che prima distrugge i boschi, gli alberi, le piante; poi semina il cemento delle lottizzazioni e delle villette sui terreni arsi dal fuoco. Soltanto in Sardegna, secondo i primi calcoli degli amministratori locali, al momento i danni ammontano a ottanta milioni di euro. Ma quanto valgono in realtà quindicimila ettari di macchia mediterranea, per la collettività locale e nazionale? Quali sono le conseguenze sullecosistema, cioè sullambiente, sullatmosfera, sullaria che respiriamo? E quanto tempo occorrerà per rimboscare, per ripristinare lhabitat naturale, per tentare di ricostituire un patrimonio di per sé irriproducibile? Cè, evidentemente, un modello inaccettabile di consumo del territorio allorigine di tutti questi incendi estivi. Una programmazione perversa che, in forza della speculazione e del profitto, tende a privatizzare un bene pubblico inalienabile come lambiente e il paesaggio che invece appartiene a tutti i cittadini. Il fuoco, appiccato dalla manovalanza criminale, è lo strumento di unoperazione finanziaria che fa capo come denuncia lex governatore sardo, Renato Soru alla "lobby dei cementificatori". È lintero Paese a rimetterci, non solo le regioni più direttamente colpite: anche in termini di sicurezza, di immagine, di attrattiva turistica. E in particolare, il nostro povero Sud, già penalizzato da una politica governativa che tende ad aggravare il deficit strutturale, ad aumentare le distanze, a deprimere ulteriormente leconomia meridionale. Ecco perché questa ennesima emergenza estiva diventa, con tutte le sue implicazioni e connivenze, la metafora di unItalia spaccata in due, dal caldo e dalle fiamme, dallincuria e dalla criminalità. SEGUE A PAGINA 5
TERRITORIO. quei piromani criminali
Larticolo descrive gli incendi boschivi in Italia, che stanno ancora assediando il paese, soprattutto in Sardegna, Puglia, Calabria e Sicilia. Gli autori sostengono che questi incendi non sono solo una calamità naturale, ma anche un atto di dolo e di incendi dolosi, spesso commessi da una "mafia occulta" di malviventi. Per combattere questo problema, gli autori propongono una triplettura di prevenzione, repressione e repressione amministrativa. Inoltre, si lamentano della carenza dellapparato pubblico nella prevenzione e nella repressione, e si chiedono di prendere misure per bloccare le aree colpite e impedire la speculazione immobiliare.
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