Un imbarazzante souvenir di tempi oscuri, quando gli eroici italiani andavano a gassare la popolazione civile etiopica per costruire un grottesco impero coloniale. Doveva essere restituito 57 anni fa, ma ancora è in Italia. Portare in Italia l'obelisco con treni e navi, nel 1937, sembra esser stato più facile di quanto sia ora, con le tecnologie del XXI secolo, riportarlo ai suoi legittimi proprietari. Un'infinità di scuse e pretesti continua a fermare il trasferimento Da mesi la stele di Axum non domina più una piazza romana. Ecco come era arrivata lì; e soprattutto, perché continua a non tornare a coloro cui Mussolini l'aveva rubata Della stele di Axum sono così note le polemiche che ormai ci si è persino dimenticati delle sue origini. E adesso che da diversi mesi l'obelisco etiopico non campeggia più davanti alla Fao di Roma (l'ex ministero delle colonie) facilmente ce la dimenticheremo del tutto. L'obelisco di Axum è uno spettro, un fantasma del nostro passato di cui non si parla volentieri, che risveglia fastidio in alcuni, angoscia in altri. Fastidio, perché la restituzione ad Addis Abeba delle sacre vestigia dell'epoca coloniale indispettisce i nostalgici. Angoscia, perché quella stele rappresenta il debito non ancora saldato che l'Italia ha con l'Etiopia. Un paese, se ce lo fossimo dimenticato, dove gli italiani usarono i gas per fiaccare la resistenza all'avanzata dell'Impero. Prima dunque di veder dov'è finita la stele e se mai arriverà dove dovrebbe andare, sarà bene fare un passo indietro. Alla notte tra il 2 e il 3 ottobre del 1935. Quella notte, senza che l'Italia avesse dichiarato guerra, tre corpi d'armata per un totale di 11mila uomini oltrepassarono il confine etiopico al comando del generale De Bono, che verrà poi sostituito da Badoglio. Ed è agli ordini di Pietro Badoglio che, nel dicembre del 35, l'aviazione italiana utilizza i gas nel tentativo di fermare la controffensiva degli etiopici. Userà l'arma chimica, per amor di completezza, anche per terrorizzare la popolazione civile. Un episodio sul quale ci sono voluti sessant'anni per avere accesso ai documenti che registrarono quel massacro. Ci vorranno invece solo cinque mesi per completare l'operazione militare. E tre giorni dopo l'entrata delle truppe ad Addis Abeba, nel maggio del 36, Mussolini proclamerà l'Impero e Vittorio Emanuele III assumerà il titolo di imperatore d'Etiopia. Il trofeo dell'Impero Axum era stata tra le prime località conquistate. Antica capitale, luogo sacro e carico di suggestioni spirituali, ospitava numerose opere d'arte tra cui diversi obelischi che segnalavano loculi mortuari. Nel 1937 Benito Mussolini, per festeggiare la conquista abissina, decise che uno degli obelischi doveva finire a Roma. Viene scelta una stele in buono stato (la seconda in altezza) e tocca alla società Gondrand la spedizione del manufatto che, diviso in segmenti, sotto le direttive del professor Ugo Monneret de Villard, viene trasportato a Massaua sulla costa eritrea e da lì in nave sino a Napoli, per poi proseguire per ferrovia fino a Roma. Il 31 ottobre del 37 è il giorno dell'inaugurazione. In realtà, al momento della posa in opera, ci si era resi conto che un pezzo era stato dimenticato ad Axum. Sarebbe ancora lì: infatti i segmenti, al momento del rimontaggio, non combaciavano perfettamente. «Il viaggio - ricorda oggi Angelo Del Boca che sull'avventura coloniale italiana in Etiopia ha scritto diversi volumi - mi fu raccontato dall'operaio responsabile dell'operazione di trasporto: Mario Buschi, un personaggio che poi si era trasformato in imprenditore e che in Etiopia era ritornato a capo di un'azienda che occupava 1500 persone». Buschi, che si era sposato con un'etiope, era un uomo molto colto benché non avesse forse che la quinta elementare. E aveva un ingegno acutissimo, ricorda Del Boca. «Mi raccontò che il tragitto fu complicatissimo, tenuto conto che dall'altopiano del Tigrai si scendeva quasi al livello del mare per poi risalire, nell'attuale territorio eritreo, fino a 2600 metri e scendere di nuovo fino al porto di Massaua. A volte era necessario fermarsi, smussare un pezzo di montagna per far passare il carico, e ripartire». Il maltolto va restituito Con la fine del regime la stele ritornò al centro dell'attenzione. L'accordo italo-etiopico del 47 fissò i termini della restituzione, ribaditi nel 56 quando Italia ed Etiopia riallacciarono le relazioni diplomatiche. Nel 92 Roma riconfermò l'impegno. Poi ancora nel 97 quando il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro in visita ad Addis Abeba fece una nuova promessa, fissando addirittura le date. Infine, la restituzione fu ancora una volta sottoscritta dal consiglio dei ministri del governo Berlusconi il 19 luglio del 2002. Quasi due anni fa. Ma l'obelisco non è mai partito. Adesso dov'è? All'ambasciata d'Etiopia a Roma erano ancora convinti che la stele di Axum sarebbe stata restituita in primavera. Stavano anzi organizzando un convegno per celebrarne il rientro. Ma poi ci hanno ripensato perché, per l'ennesima volta, la speranza che l'obelisco trafugato sarebbe tornato a casa in breve tempo si è dimostrata un'illusione. Al momento, per quanto è dato sapere, non c'è ancora un bando di gara d'appalto per il trasporto in Etiopia. Ma se anche ci fosse, ormai è necessario aspettare l'autunno. A maggio in Etiopia comincia a piovere e un'impresa così complessa, la stele pesa decine di tonnellate, è impensabile con l'ombrello... Le ultime dichiarazioni sulla possibilità di un rientro della stele «entro l'estate» sono dunque ormai nell'archivio delle molte promesse non mantenute. Un ritardo che intanto ha risvegliato altri appetiti. Si fanno avanti Stoccolma e Berlino Svezia e Germania, dicono fonti autorevoli, si sono infatti rese disponibili ad erigere l'obelisco, una volta giunto in loco. «Sarebbe il colmo», commenta un funzionario dei Beni culturali. «Dopo tanti sforzi per risistemarla, dovrebbe essere l'Italia a risistemare la stele». In effetti toccherebbe ai Beni culturali supervisionare l'operazione di rimontaggio dell'obelisco in loco. Non è però di loro competenza il trasporto in Africa. E intanto, nel palleggio delle responsabilità e mentre i partner europei scaldano i muscoli, la stele resta dov'è. Per quel che lo riguarda, il ministero diretto da Giuliano Urbani ha la coscienza a posto. Disarticolate in tre blocchi, le 160 tonnellate della stele aspettano di partire in un deposito della capitale, dove sono state stoccate dopo la riparazione del danno inferto da un fulmine nel maggio di due anni fa quando, per ironia della sorte, Berlusconi teneva a Pratica di mare uno degli eventi internazionali cui teneva di più. La malizia del fato voleva inoltre che il tragitto del corteo di auto blu dovesse passare proprio per il piazzale antistante la Fao, dove campeggiava l'obelisco ferito dalla saetta. Per fortuna l'Etiopia non era tra gli invitati. Adesso però a Porta di piazza Capena la stele non c'è più. Smontata, riparata e trasportata in un ricovero della Polizia di stato di Roma nord, aspetta di partire ma per ora si è arrivati solo a individuare i vettori, gli Antonov dell'aviazione russa o gli americani Galaxy. Quando potranno partire per Axum però non si sa. Non lo sa nemmeno l'onorevole Teodoro Buontempo che, non certo perché favorevole alla restituzione, aveva chiesto lumi a Berlusconi in un'interrogazione del novembre scorso. Senza risposta. Non so, non ho visto... Senza risposta resta anche chi prova ad avere lumi dalla Farnesina. Com'è capitato due mesi fa a un'azienda di trasporto che voleva candidarsi a trasportare la stele. La risposta è sempre vaga e i tempi incerti, vista la necessità di «valutare la congruità» dei vettori o quella dell'aeroporto locale. Tutte cose già sentite - come se non ci fosse stato il tempo finora di farlo. Forse in onore alle direttive del nuovo segretario generale Umberto Vattani - da qualche mese tornato a capo del dicastero guidato da Frattini e che, secondo i bene informati, avrebbe ordinato ai suoi funzionari di tenere la bocca cucita - dal ministero non esce una virgola che già non si sappia: in buona sostanza che la stele, per ora, resta dov'è. Anche sui quattrini non ci si sbilancia. L'ultima stima della Farnesina era, stando alle dichiarazioni pubbliche, di 3,7 miliardi di vecchie lire che il ministero degli esteri aveva già accantonato per il trasporto. Ma si tratta di una stima che risale al 2001. Precedente all'euro e che non tiene conto di aumenti e inflazione. E nemmeno dei costi assicurativi. Di sicuri ci sono solo i soldi spesi finora per l'intervento di riparazione dopo il fulmine che, tra pronto intervento e cure affidate al team dell'ingegner Giorgio Croci, è costato 233mila euro. Che si sarebbero tra l'altro potute risparmiare se l'obelisco fosse stato restituito, come il governo aveva promesso, entro il 2002. Per accelerare i tempi c'è chi ha suggerito il viaggio via mare. Si fece allora, perché non farlo adesso? «Non c'è più Buschi - sorride Del Boca - anche se qualche anno fa la Gondrand stimò in un miliardo la spesa. Il problema è politico e cioè che oggi Massaua è un porto eritreo ed è in Eritrea che corre la maggior parte della strada che da Massaua porta ad Axum. Su quella frontiera c'è ancora tensione». Tutto congiura dunque contro il ritorno della stele. Tutto? Soprattutto la volontà. Non resta che sperare negli svedesi e nei tedeschi. Lettera22
il manifesto
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Emanuele Giordana
il manifesto
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