In unesposizione agli Uffizi gli effetti fruttuosi del mecenatismo che fece dellindustria artistica una delle prime voci del bilancio del Granducato Ultima in ordine di tempo tra le tante mostre offerte al pubblico dai musei fiorentine nel quadro del nutrito programma «2009. Un anno ad arte», la folta e ghiotta rassegna di dipinti, sculture e manufatti di arte applicata che si visita in questi giorni agli Uffizi rilancia brillantemente un tema, quello dellarte a Firenze nel XVIII secolo, la cui piena rivalutazione storica, avviata nei primi anni '70 con due memorabili mostre a Pitti, si è venuta consolidando negli ultimi decenni grazie ad una gran mole di eccellenti studi che costituiscono il solido fondamento dellodierna esposizione (Il fasto e la ragione. Arte del '700 a Firenze, a cura di C. Sisi e R. Spinelli, fino al 30 settembre). Il primato artistico ininterrottamente detenuto da Firenze a partire dal tardo '200 fino al '500 ha generato in passato lerrata convinzione, tuttora diffusa nella manualistica meno aggiornata, che a quelletà delloro sia seguito nellarte toscana un rovinoso tracollo, di cui invece la realtà storica non reca la minima traccia. Pur subendo unindiscutibile perdita di spinta propulsiva e cedendo la leadership ad altri grandi centri italiani e mitteleuropei, Firenze infatti continuò, nel '600 e nel '700, a produrre una moltitudine di artisti di talento e a sviluppare una produzione figurativa di tutto rispetto. Tra i fattori che determinarono tale tenuta complessiva vanno annoverate la forza della tradizione e la solidità istituzionale di un «sistema dellarte» sostenuto dallindefettibile mecenatismo di una casa regnante, che oltre a contagiare con il proprio esempio loligarchia toscana, fece diventare larte uno dei tratti identitari del granducato, tanto da rendere lindustria artistica una delle principali voci del bilancio statale. Ma un ruolo non secondario fu svolto anche dal fecondo innesto di artisti forestieri di grido, che stimolarono laggiornamento della Scuola locale: basti pensare, per il '600, a Pietro da Cortona e a Luca Giordano, e per il '700, a Sebastiano Ricci, a Giuseppe Maria Crespi, a Magnasco e, più tardi, ad Ademollo, a Zoffany, o a pittori francesi quali Gagnereaux, Fabre e Gauffier. Nel corso del '700 si consumò in Toscana un profondo rivolgimento a seguito dellestinzione della dinastia medicea, cui subentrò quella francese dei Lorena, destinata anche a sedere sul trono imperiale degli Asburgo. Ciò naturalmente comportò unapertura nuova verso le novità dOltralpe, favorendo una larga accoglienza prima del tardo Rococò e poi del Neoclassicismo. Tuttavia il riformismo di stampo illuminista introdotto dai nuovi sovrani non provocò drastiche discontinuità nella politica artistica del Granducato, ma se mai si risolse in una razionalizzazione e in potenziamento delle grandi istituzioni artistiche fondate dai Medici, a cominciare dagli Uffizi e dalla «Galleria dei lavori» (il futuro Opificio delle Pietre Dure). Tra gli ultimi Medici, la figura di maggior spicco fu il Gran Principe Ferdinando, che morì giovane e senza eredi nel 1713, ancor prima di succedere al padre Cosimo III. E a lui che si deve la ventata di novità legata al gusto per tematiche ancora poco praticate a Firenze, quali il paesaggio, la veduta o la scena di genere, e allarrivo di grandi specialisti «forestieri», quali il ligure Magnasco, il bolognese Crespi o il veneto Ricci, che con il suo ciclo decorativo in Palazzo Fenzi Marucelli dotò Firenze di uno dei più strabilianti e precoci capolavori del Rococò europeo. La mostra chiarisce bene come, rispetto alla verve indiavolata di questi virtuosi della pittura di tocco e dimpasto, la produzione dei maggiori artisti locali appaia ingessata e più convenzionale, anche perché la loro specialità non erano le opere su tela, ma laffresco. Comunque anche tra i toscani emergono pittori tanto interessanti quanto finora poco noti, come quel Francesco Conti, la cui pala con la Crocifissione proveniente da San Lorenzo è unopera affascinante, nutrita comè di reminiscenze cromatiche manieriste e di echi della contemporanea scultura. E proprio questultima, daltronde, assieme alloreficeria, a figurare come la vera star della mostra. Di fronte ad oggetti di stupefacente bellezza usciti dalle Botteghe Granducali, quali il meraviglioso Reliquiario di San Sigismondo in ebano, argento, bronzo dorato e pietre dure, in cui rifulge il gusto squisito e la maestria tecnica di Giovan Battista Foggini, appare evidente come in quel campo specifico il made in Florence continuasse a non temere rivali in tutta Europa. A ribadirlo spiccano in mostra i gruppi scultorei partoriti dalla fertile vena di un altro colosso della plastica toscana del '700: Massimiliano Soldani Benzi. Superbi gruppi mitologici o religiosi, di cui i curatori sono stati in grado di esporre, in serrata sequenza, il modello in cera e le molteplici versioni da esso derivate nei più svariati materiali: in terracotta, in bronzo e in candido marmo. E talvolta perfino la sua traduzione in smagliante porcellana, approntata dalla neonata Manifattura Ginori di Doccia, che fin dal 1740 era riuscita ad assicurarsene i modelli, acquistandoli in blocco dallerede dello scultore.