Riappare dal nulla uno scorcio di mano che balza in primo piano e cambia la leggibilità di uno degli ultimi capolavori dipinti da Caravaggio, «Il martirio di Sant'Orsola», appena restaurato e in mostra a Roma da oggi al 20 giugno alla Galleria Borghese. Dopo, il dipinto sarà esposto a Milano e Vicenza e quindi andrà a Napoli per «Caravaggio. L'ultimo tempo», a Capodimonte dal 24 ottobre. Il complesso intervento di restauro è stato finanziato da Banca Intesa (proprietaria del dipinto dopo la fusione con la Banca Commerciale, che aveva acquisito il dipinto nel '72) ed è stato eseguito presso l'Icr da Carlo Giantomassi e Donatella Zari, sotto la direzione scientifica di Denise Pagano della Soprintedenza napoletana per il Polo museale, diretta da Nicola Spinosa. I risultati sono sorprendenti per un dipinto dalla storia molto sofferta, sfortunato fin dalla stessa esecuzione di Caravaggio e nei secoli così rimaneggiato da essere attribuito con certezza al genio seicentesco solo vent'anni fa. Eppure «Il martirio di Sant'Orsola» è forse l'opera di Michelangelo Merisi più documentata, ha detto ieri a Roma il soprintendente del Polo museale napoletano, Nicola Spinosa, che ha fortemente caldeggiato il restauro, in quanto il quadro è rimasto sotto la tutela conservativa della città partenopea fino al riconoscimento dell'autografia, vent'anni dopo la felice intuizione di Mina Gregori nel '66 (ma pubblicizzata nel '73). «Probabilmente non si tratta dell'ultimo dipinto di Caravaggio - ha aggiunto Spinosa - anche se è stato dipinto nel 1610, mentre era rifugiato nel castello di Costanza Colonna Sforza, di nuovo a Napoli dopo Malta e la Sicilia, nella frenetica attesa di poter tornare a Roma». Su commissione di Marcantonio Sforza, il pittore realizzò questo dipinto dall'iconografia inusuale (Sant'Orsola era sempre raffigurata con le undicimila vergini), una scena teatrale, di grande valenza drammatica, dove la santa è già stata trafitta dal dardo scoccato dall'arco del re degli Unni, accanto a lei e guarda incredula il seno ferito. Alla sua destra, c'è chi tenta di fermare la freccia, quella mano in primo piano che dà il senso della tragedia compiuta.