Una provocazione sul complesso rapporto tra la città e la sua cultura. Il rinnovamento portato nella società napoletana dagli anni di Bassolino - e dai successivi, sempre di Bassolino, considerando che il basso profilo dell'amministrazione attuale annacqua e «democristianizza» quanto si era già andato annacquando e «democristianizzando» negli anni precedenti a opera dello stesso Bassolino - ha avuto molti effetti secondari. Per esempio nelle arti. Napoli si è andata «normalizzando», nei limiti in cui le è possibile e in cui è possibile pensare a una qualsivoglia normalità in anni come questi. Ha perduto gran parte dei suoi precedenti caratteri, a volte molto specifici. E ne ha conquistati molti di nuovi e diffusi, cioè simili a quelli di altre situazioni italiane. Palermo, Catania, Bari, Salerno, Tarante eccetera, senza grandi distinzioni in rapporto al colore delle giunte, hanno vissuto in questi anni una mutazione uguale, il che dimostra che la spinta è stata univoca e che si è trattato di una mutazione vasta, che riguarda tanti. È stata una spinta dellaalla post-modernità in città che aveva raggiunto, non poi da tanto tempo, una fragile modernità; per dirla in altri termini, è stata una sorta di caduta assai rapida della speranza di una diversità fattiva e positiva, e di una discesa veloce dopo una lentissima ascesa: ironizzando, almeno a Napoli, una «preistoria» fino a Bassolino e, a partire da lui medesimo, una «decadenza», senza aver visto il fissarsi, il consolidarsi di una Storia, cioè di una città «moderna». La somiglianzà di Napoli con gran parte del resto del mondo, con quello soprattutto che sta a cavallo tra i Nord e i Sud, non credo sia più da insistere, anche se molti napoletani ancora invocano, come accade quando l'identità si perde, una loro diversità. Questo lo fanno in genere gli ultimi arrivati come i salentini (mentre, che so?, sardi e siciliani l'identità la stanno rapidamente perdendo e lo sanno); o come i primi arrivati che, da una identità folclorica hanno tutto da guadagnare in fatto di politica e turismo, vedi gli ugualissimi altoatesini (o sudtirolesi) o aostani o friulani eccetera. L'Italia è una, nel segno di Berlusconi più che di Agnelli, il re-padrone venerato e insostituibile che consideraval'Italia sua personale terra di rapina e di dominio. In questi anni, dunque, fioriscono le parodie della napoletanità e una piccola borghesia vorace si appropria della tradizione passata delle classi subalterne, peraltro ben felici di svenderla e semmai di miniarla assieme alle contadinelle desimoniane con villa a Posillipo. Queste parodie sono perfettamente consone alla cultura del berlusconismo, però qualche raro artista ha cercato di uscire dal ricatto di Napoli e azzardare una modernità che non fosse quella balorda offertagli dall'immediato contesto, rifiutando una oramai fastidiosissima e più falsa che mai autoreferenzialità, quasi d'obbligo per il successo locale e per quello nazionale. E se ha fallito nell'impresa, quali ne sono state le cause? Penso ad alcune opere che mi hanno particolarmente interessato proprio per il loro coraggio: i film di Pappi Corsicato (Chimera) e di Nina Di Majo (Inverno) e gli ultimi dischi degli Almamegretta (Quattro quarti, Imaginaria) dove più forti erano gli impulsi alla ricerca di altri suoni e armonie. O disarmonie. Il film di Corsicato non ha un retroterra napoletano evidente, può svolgersi dovunque, quello di Nina Di Majo è ambientato in una Roma-Europa, gli Alma guardano a Londra, e le radici se ci sono non vengono mostrate, non si fa leva su di esse, non si vuole usarle per una comunicazione facile facile. Si tratta di opere importanti, lodevoli, significative, ma quasi astratte, e forse troppo esangui. Troppa distanza? O troppo poca? (Questo non implica una vera distanza fisica degli autori, un loro radicarsi altrove, sia pure a metà come è di ogni sradicamento attuale.) Quello che certamente questi artisti hanno capito è che la tradizione soffoca invece di liberare e che non c'è più nessuna «casa» se non il pianeta, e dunque neanche ci sono più dei plausibili «ritorni a casa». Che nella «casa» che ci è data è bene starci con un piede dentro e uno fuori se proprio ci si vuole stare, il loro desiderio di volare con altra ispirazione e cercando altre immagini e suoni è stato punito con un relativo insuccesso e certamente con il disinteresse da parte della città e con una forte incomprensione critica, in generale, a Napoli e altrove, perché dagli artisti napoletani ci si aspetta sempre una dose massiccia di umori (e colori) locali. A Napoli viene meglio accettata la modernità di facciata che viene da fuori, il caso dei Natali in Piazza Plebiscito è esemplare: solo il primo anno, con la Montagna del Sale, si intuirono delle strade possibili (ma era anche il primo anno di Bassolino, cioè di una speranza di grandi trasformazioni, poi velocemente svampita), mentre l'ultimo con le «capozzelle» ha dimostrato anche ai ciechi come la città non abbia più da tempo la vecchia identità, abbia dimenticato lo ieri, non subisca più nessun fascino dall'antica cultura che, peraltro, ha contribuito ad ammazzare. Una lezione amara, mi pare, su un avvenuto distacco. I tentativi che ho prima citato non sono paragonabili con questi. Non sono, per esempio, «istituzionali», e sono partiti da altre esigenze, diverse anche da quelle che mossero tanti anni fa le fatiche dei Vitiello e Neiwiller, degli Amelie, del primo Martene eccetera, che erano, da dentro uno stagno oppressivo, altrettanti aneliti al Nuovo. C'è una strada da consigliare, una strada «giusta»? Non spetta al critico proporla,sono gli artisti a dover trovare loro le strade più fertili (o anche le più mortali, perché no?) e a dover uscire dalla loro prigione, se pensano, come è giusto pensare, che di una prigione si tratta. Mi limito però a ricordare come i titoli di gloria della cultura napoletana siano stati negli ultimi anni delle opere di confine, da Moscato a «Un amore molesto», da Biasiucci a Montesano eccetera. In quelle opere si era dentro e fuori Napoli, in dialogo con la città ma anche in cerca di altri interlocutori, e cioè in dialogo con il mondo. Mai tutto fuori, ma soprattutto mai tutto dentro la città. Senza il ricatto dei successi decretati dalla mediocrità nazionale e universale mediatico-televisiva, e senza il ricatto di una «napoletanità» che ci appare ormai sempre più spesso come parodistica e intollerabile.