"Un progetto per recuperare lenergia prodotta dal passaggio delle automobili" Però pensi alla striscia dasfalto infinita ed è subito Beat Generation: chilometri, alcol, sesso e libertà (per tacer del fumo). E allora chissà che direbbe il vecchio Jack a vedere lasfalto, oggi, inseguito dai filari delle pale eoliche: sognando California, sembra la Mancha di Don Chisciotte. Comunque è fatta: quel che resta (ed è un buon 80 per cento) della strada più avventurosa del mondo, sta per subire un trattamento ecologicamente corretto firmato Green Roadway, compagnia specializzata nel business in cui Obama sta spingendo lAmerica. La notizia, ieri, è finita sul San Francisco Chronicle, ma rimbalza da mesi sui network Usa anche per lincalzante pressing della Green Roadway, che sta siglando contratti milionari in ogni stato proponendo l«esclusiva tecnologia per sviluppare energia alternativa, solare, eolica, geotermale» sulle autostrade. La base dasta segue ovviamente la «capacità stradale», e va dai 125 mila dollari nel Montana dei cowboy al milione e 500 mila dollari nella California auto-dipenendente. La trovata tecnologica dellazienda, nata dallidea di Gen Fein, ex media manager, ed Ed Merrit, scultore, entrambi a digiuno di ecobusiness, naturalmente è un segreto industriale. Spiega però nel suo blog lesperto Yoni Levinson: «Già nellOregon il Solar Highway Project prevede una serie di pannelli per catturare le luci che illuminano lautostrada di notte. Nel Massachusetts si pensa di sfruttare con le pale eoliche il territorio che costeggia le highway». Ma qui il progetto è diverso: lenergia, attraverso generatori piazzati sotto lasfalto, dovrebbe arrivare proprio dal movimento dei veicoli. Funzionerà? Alla Green Roadaway sostengono che 10 miglia "trattate" potrebbero generare energia sufficiente per 2mila case. «Ma non sappiamo ancora se si tratta di un modo di catturare lenergia che altrimenti andrebbe dispersa», frena Levinson, «o di sfruttare la forza cinetica prodotta dal movimento dei veicoli, spingendoli fra laltro a bruciare più gas». Certo è che lidea di dipingere di verde la Route 66 si è dimostrata vincente dal punto di vista dellimmagine. «Strada madre», la battezzò John Steinbeck, che sul suo asfalto sciolse i sogni degli okies, i migranti in fuga verso la California dal Dust Bowl, le tempeste di polvere che sconvolsero il paesaggio e leconomia nellAmerica di «Furore». E Madre di tutte le strade lhanno chiamata gli americani, che da 1926 hanno affidato a quella striscia di 3.945 chilometri il compito di unire Chicago, allora cuore industriale del Paese, con la California che scopriva il boom. Unaltra America. Insidiata dallo sviluppo di una rete stradale più efficiente, la Main Street degli States è stata ufficialmente pensionata nel 1985 per trasformarsi in una specie di museo a cielo aperto, con i vecchi distributori di benzina di Kingman, Arizona, che oggi sfornano memorabilia per i turisti. Ma il fascino della strada e della libertà, che 15 anni prima di Kerouac spinse Bobby Troup, in viaggio con la moglie, a scrivere «Get Your Kicks On Rooute 66», immortalata da Bing Crosby agli Stones, vive ancora. Charles Kuralt, mitico volto Cbs, diceva: «Se vuoi vedere lAmerica, molla le autostrade, segui le vie meno battute». Oggi, la strada che doveva unificare il Paese è diventata, ironia della storia, proprio questo: un reticolo di mondi minori. Riuscirà a rinascere con la rivoluzione verde?