La notizia è piccola piccola: sono state presentate le cerniere su cui si snoderà Uil movimento delleparatoie che, secondo il progetto Mose iniziato nel 2003, sono destinate a proteggere la città lagunare dalla marea. Se la notizia è piccola, il risultato è decisivo: da oggi quel progetto cui si sta lavorando tra mille polemiche da oltre quarant'anni, potrà navigare meglio e più speditamente. Di più. Patrizio Cuccioletta, presidente del magistrato alle acque, il braccio operativo dello stato a Venezia e come tale referente del Mose, promette che si risparmierà anche «qualche giorno» su quel termine del 2014 entro il quale Venezia garantirà piedi asciutti ai turisti e ai cittadini case, negozi e magazzini non pi inondati. La Venezia delle mille contraddizioni comincia a prendersi una prima rivincita con Stephen Faye Philip Knightley, i due giornalisti del Sunday Times che concludevano un libro inchiesta pubblicato nel 977 afferman do che i loro nipoti non avrebbero visto la Venezia che loro avevano conosciuto. Una rivincita che conferma quanto la città abbia saputo accogliere l'indicazione profetica diVittono Cmi pronunciata subito dopo la devastante marea del 1966, quella che mise a nudo tutta la fragilità di questa città. «Salviamo Venezia con la collaborazione di tutti - disse Cmi - ma salviamola noi, tocca ai veneziani farlo con il concorso di tutti gli italiani». I veneziani non hanno imposto quella accelerazione che il mondo intero sembrava chiedere sulla spinta emozionale del disastro. Delusero anche gli intellettuali che avevano avuto pi a cuore il problema della città. Indro Montanelli, dopo tante battaglie, annunci di volersene lavare la mani, sostenendo che forse era meglio porre la città sotto la protezione del'Onu. Paolo Costa, il sindaco della grande svolta sul Mose, e oggi presidente dell'Autorità portuale, giustifica quegli eccessi di prudenza, il dibattito ampio, le tante retièenze ed anche le critiche costruttive: «Sono serviti a dare quelle certezze sulle quali oggi Venezia ricomincia a muoversi». Costa ha fatto parte del collegio dei cinque saggi internazionali chiamati a dare una valutazione scientifica sul progetto Mose, poi per due anni, come ministro per le infrastrutture, ha seguito i lavori del Comitato interministeriale per Venezia, infine come sindaco ha trasformato quello che era un sostanziale «no» della città a un sì subordinato ad undici condizioni. Quella fondamentale era che il progetto garantisse alla città tutta la sua vitalità economica, anzi le permettesse di tornare ad esprimere a pieno un potenziale storicamente straordinario. «Così è stato - commenta Costa - e oggi, per un destino imprevedibile allora, mi trovo a guidare un porto che grazie a quelle scelte ha un futuro sicuro, pu progettare, programma- re, stringere accordi». Riecco la Venezia delle contraddizioni. Quella che teme divenire stritolata dal turismo, di diventare una sorta di Disneyland storico-culturale da chiudere la sera e riaprire al mattino, ma che al tempo stesso non si preoccupava della sua azienda pi importante, il porto. E se da un lato il Mose garantisce a qudtsto la piena funzionalità, grazie anche alle conche già ben visibili alle bocche che separano la laguna dal mare, dall'altro restituisce a un'economia attiva anche l'Arsenale, fabbrica straordinaria che arriv ad impressionare Dante («Quale nell'arzanà de' viniziani bolle l'inverno la tenace pece a rimpalmare i legni br non sani che navicar non ponno», Inferno XXI canto), ma troppo a lungo sminuito a reperto di archeologia industriale. Qui ci sarà l'officina di sperimentazioni e manutenzione della paratoie e dei loro movimenti elettromeccanici, qui sono stati costruiti i quattro grandi piloni ai quali è agganciato il rigassifìcatore collocato in mare davanti a Porto Tolle. E all'Arsenale, dove si è insediata da qualche anno Thetis, società leader nello sviluppo di tecnologie ambientali, arriverà anche il Consorzio Venezia Nuova, il concessionario che ha ideato, progettato e sta ora costruendo il Mose. Segnali importanti per la Venezia che non accetta un dorato declino, che non vuole che l'Economist torni a scrivere, come quarant'anni fa, che «la trascuratezza è andata incontro a una triste retribuzione». E se Massimo Cacciari, sindaco simbolo della città, non ha mai nascosto il suo scetticismo, dopo aver accettato il progetto adesso lavora per porre le basi della nuova città. Sul fronte internazionale i consensi sono ben pi con.dnti: dai professori del Mit (ormai di casei cantieri) a Kathleen Kennedy, figlia di Bob e consulente per l'ambiente del presidente Obama. Kathleen, a Venezia nei giorni scorsi, si è detta sicura che la città vincerà la sua sfida con il mare. Certo, servirebbe una città più reattiva, più consapevole dell'occasione straordinaria che ha davanti, più capace di cogliere i segnali di cambiamento e di attrezzarsi nella maniera pi opportuna per un 2014 che resterà nella sua storia. Ma la discesa del Mose è appena cominciata grazie a quella cerniera. Un sistema meccanico dietro alla quale ci sono mille storie ma soprattutto c'è l'orgoglio dell'impresa e della tecnologia italiana, o per meglio dire veneta. Bisognerebbe cominciare dal Consorzio Venezia Nuova che ha resistito spesso in silenzio a mille attacchi in tutti questi anni e dargli atto di avere mantenuto diritta la barra sul suo progetto resistendo al fiorire delle idee pi fantasiose e bizzarre. Giovanni Mazzacurati, storica anima del Consorzio, è l'uomo che ha saputo mediare tra la politica spesso disattenta, gli interessi delle imprese e le istituzioni, a tutti i livelli. La decina di procedimenti giudiziari tutti vinti, i ricorsi a Bruxelles, le battaglie ambientaliste sono stati trasformati in utile contributo pi che sterilizzati nella polemica. Ma quel che conta è che il Consorzio ha sapu to mettere insieme una squadra di saperi e di professionalità, tutta italiana che oggi si avvia a realizzare la pi importante opera idraulica in costruzione al mondo. Per prime sono emerse le eccellenze ingegneristiche, quelle che oggi hanno creato i supporti per andare ad affondare alle bocche di porto gli enormi cassoni in cemento sui quali verranno poste le paratoie. C'è stato chi come la Terex, che ha sede in Friuli, ha fornito gru adatte a lavorare in mare, chi s'è inventato ex novo un'organizzazione logistica e di cantiere tutta sull'acqua per non disturbare la normale vita di Venezia con una attività nella quale, oggi, sono impiegate pi di tremila persone. E da un lavoro di collaborazione e confronti durato anni fra i tecnici del Consorzio e le migliori societàvenete è uscita quella cerniera innovativa che ora sarà sperimentata per i8 mesi in un campo prova appositamente creato ma della quale partiranno iprimi ordini di produzione già a fine anno. La costruisce la Fip, una media azienda padovana creata parecchi decenni fa da Romeo Chiarotto che ancora ieri mostrava orgogliosamente il frutto del suo lavoro, partito nel dopoguerra dall'invenzione di placche metalliche vulcanizzate con la gomma per ammortizzare le spinte di ogni tipo ed approdato oggi non solo alle cerniere del Mose ma anche a quella sorta di molle destinate ad assorbire i movimenti del terreno che verranno poste sotto i nuovi edifici antisismici in costruzione a L'Aquila e dintorni. «Quest'anno altro che ferie - commentava ieri Chiarotto - tutti al lavoro e a fare straordinari per rispondere al meglio a questi due importanti incarichi che abbiamo avuto.» E giusto anche dare qualche numero per avere un'idea di quanto si va a realizzare: ogni cerniera è composta da un elemento maschio alto 2,7 metri ed uno femmina largo pi di 3 metri, uniti tra loro da un pistone che fa anche da elemento di spinta, il tutto per un peso complessivo di oltre o tonnellate e realizzato con lamiere, acciai e saldature speciali. Ci saranno due cerniere per ognuna delle 78 paratoie che andranno ad appoggiarsi su cassoni in cemento posati sul fondale lunghi 6o metri e larghi 40. Marghera, la chimica, il nuovo waterfront stanno al di là del ponte, verso la terraferma. Verso il mare Venezia conquista una nuova eccellenza mondiale. Scriveva lo storico dell'arte André Chastel che la salvezza diVenezia è il simbolo delle nostre responsabilità, il vero banco di prova del ventesimo secolo. Sta ai veneziani e agli italiani del ventunesimo secolo dimostrare con orgoglio al mondo che le sfide si possono vincere. Sempre.