Risponde Corrado Augias Caro Augias, ho letto la lettera della sig. a Paola Lucia («Diamo in affitto il vaso di Eufronio») e la sua risposta. Non sono d'accordo. Il vaso di Eufronio, è stato «al centro dell'attenzione» nel Metropolitan Museum, in una sala riservata, dall'acquisto nel 1972 (per la somma allora favolosa di un milione di dollari), per molti anni, ma da almeno 10 anni era, in mezzo ad altri vasi greci, in una sistemazione assai simile a quella che ha ora a Villa Giulia. Più in generale: la restituzione di questo e molti altri reperti archeologici, e le restituzioni che verranno, si basano sulla natura intrinseca di bene pubblico dei reperti, e sulla loro pertinenza a un contesto non segmentabile, legato al luogo del rinvenimento. E' un principio, già in vigore in alcuni Stati preunitari (Regno di Napoli, Stati pontifici), che è gloriosa peculiarità della tradizione italiana, fino al Codice dei Beni Culturali. L'eventuale «affitto» presso un'istituzione all'estero colpirebbe alla radice le motivazioni di fondo della tutela, sposterebbe le restituzioni da una ragione storica, culturale e ideale alla facile ideologia del «far cassa». Nessun museo straniero ci restituirebbe più nulla se dovessimo rinunciare alle ragioni di principio e mercificare i reperti archeologici. Dall'affitto alla vendita, e all'archeo-condono, il passo è breve: dati i tempi non dubito che sarebbe compiuto. Salvatore Settis direttore Scuola Normale Superiore, Pisa Sapevo, ospitando la lettera della sig. a Paola Lucia, di andare a mettere il dito su un argomento delicatissimo del resto già più volte discusso sempre con una finale decisione negativa. Il prof Settis arricchisce oggi la discussione di un argomento fondamentale: quelle opere, quei beni, appartengono a una tradizione e a una cultura. Isolarli, cederli a pezzi, significherebbe utilizzarli per fare cassa', ridurli cioè a merci. L'obiezione taglierebbe da sola la testa a parecchi tori se non si potesse tentare una contro-obiezione. Le più pregevoli di quelle opere, opportunamente illustrate, raccontano meglio di ogni altro intervento che cosa ha lasciato il passaggio delle varie civiltà su questa penisola. La nostra storia, modesta e martoriata che sia, ha in compenso avuto da quel passato una straordinaria ricchezza, e diffusione, di eredità. Proprio questa pregnanza, questa adesione alla storia, rende le opere documenti di toccante eloquenza. Quale campagna di promozione turistica con qualche bionda in bikini, capelli al vento su un motoscafo, uno sfondo di pini, qualche quinta di cupole o di campanili può eguagliare la forza di queste opere straordinarie? Forse stimolare in chi le guarda il desiderio di andare a vedere sul posto il contesto culturale dal quale sono nate?