Milano ha fame di futuro. Riuscirà lExpo a sfamarla? Se non lExpo, cosa? Se non nel 2015, quando? Proprio di fronte al Duomo di Milano, in un celebre film, Totò chiedeva: «Ma per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare»? Una frase che ben sintetizza lattuale senso di disorientamento degli abitanti di una città che si è data appuntamento in un luogo temporale ben definito, ma non ha ancora ben chiaro come arrivarci. La Milano del 2015 è tuttora avvolta da una fitta nebbia. Se continua così finirà che a un certo punto ce la troveremo improvvisamente davanti e ci andremo fragorosamente a sbattere. E non basterà a salvarci la nostra connaturata ansia del fare. Che qualcosa si farà, spendendo in qualche modo quello che si può spendere, nessuno dubita. Quello che manca sono le idee convincenti. Ma ancor più di quanto si farà per il 2015, conta cosa sarà la città dopo tale fatidica data. Lambizione dovrebbe essere non tanto quella di costruire la Milano del futuro ma la Milano per il futuro. Nel senso di una città orientata progettualmente e strutturalmente verso il futuro. Il che significa investire sulla qualità delle nuove generazioni. Semplicemente lopposto di quanto si è fatto sinora. La Milano di oggi è infatti la degna capitale morale di un paese che annaspa nel presente. Che ha fortemente disinvestito sui giovani. Più che in qualsiasi altro luogo del mondo sviluppato, non solo si è ridotto il peso demografico delle nuove generazioni, ma si sono paradossalmente anche deteriorate le loro prerogative e prospettive di vita. Rispetto alla media europea spendiamo meno in formazione terziaria, destiniamo una quota più ridotta in ricerca e sviluppo, offriamo ai giovani meno prospettive occupazionali, minor protezione sociale e più limitate possibilità di mobilità sociale. La laurea rende da noi circa la metà di quanto vale negli altri paesi: molti giovani talenti cercano un futuro altrove. Costruire una città per il futuro significa, quantomeno, far in modo che le risorse migliori non vengano sprecate o disperse. Siamo molto lontani da questo obiettivo se lofferta occupazionale continua ad essere eccessivamente sbilanciata verso i contratti flessibili: unanomalia coerente più con politiche di sfruttamento delle risorse che di investimento. Aggravano poi ulteriormente il quadro le basse remunerazioni e linsoddisfacente qualità del lavoro svolto. Quale futuro può avere una città che non aiuta le nuove generazioni ad alzare lo sguardo oltre il presente? La mancanza di prospettive e di valorizzazione è la prima causa del disagio sociale di giovani e adolescenti. Servirà allora poco proibire lalcol agli under 16, se Milano non saprà costruire il proprio futuro a partire dallinvestimento attivo sulla qualità del loro presente.
MILANO - Una capitale che annaspa nel presente
La città di Milano è in crisi, con un senso di disorientamento e ansia tra gli abitanti. La città si è data appuntamento per il 2015, ma non ha ancora chiaro come arrivarci. La Milano del 2015 è ancora avvolta da una fitta nebbia e la città non ha idee convincenti per il futuro. La città dovrebbe investire sulla qualità delle nuove generazioni, piuttosto che continuare a disinvestire. La Milano di oggi è la capitale morale di un paese che annaspa nel presente e ha ridotto il peso demografico delle nuove generazioni. La città offre meno prospettive occupazionali, minor protezione sociale e minor possibilità di mobilità sociale.
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