Il sovrano che era stato padrone di tre continenti abdica nel 1555, consumato da malaria e gotta. Si ritira in un monastero e pianifica ogni dettaglio della propria morte, ma non perde la passione del comando Il 28 ottobre 1555 Carlo V d'Asburgo, re di Castiglia e d'Aragona, di Napoli, Sicilia e Sardegna, duca di Lorena, di Borgogna, d'Olanda, sacro romano imperatore, padrone del continente al di là dell'Atlantico, pronunciò a Bruxelles un solenne discorso di abdicazione al cospetto degli Stati di Fiandra, in cui evocò momento per momento il suo lungo impegno per la tutela della pace e della fede. Era nato a Gand, all'alba del secolo. La sua lingua madre era il francese. I suoi nonni erano stati Massimiliano I e Maria di Borgogna, Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona. Di tutti loro aveva ereditato le corone, diventando re di Spagna a 16 anni e imperatore a 19. Per tutta la vita aveva dovuto muoversi instancabilmente da un capo all'altro dell'Europa, al fine di incontrare i suoi sudditi, dirimerne le controversie, ottenerne il sostegno. E per tutta la vita aveva dovuto combattere: contro i comuneros spagnoli ostili a quel re straniero, contro la Francia che non accettava di essere cacciata dall'Italia, contro i luterani che frantumavano la Germania e la cristianità, contro i turchi che minacciavano le terre affacciate sul Mediterraneo. Aveva trionfato su Francesco I di Valois a Pavia nel 1524, facendolo addirittura prigioniero; aveva inflitto una tremenda lezione a Clemente VII con il sacco di Roma del 1527; aveva conquistato Tripoli nel 1535; aveva piegato gli smalcaldici a Mühlberg nel '47, quando si era vendicato degli intrighi di Paolo III facendone ammazzare il figlio Pier Luigi. Ma aveva dovuto anche incassare insuccessi e sconfitte, e nonostante l'argento americano era sempre stato afflitto dalle casse vuote e dalla voragini dei debiti con i grandi banchieri anversani e con gli aborriti indianos, i trafficanti di Siviglia. Plus ultra era il motto iscritto sul suo emblema con le colonne d'Ercole; faltan dineros la sua lamentela più comune. Adesso aveva 55 anni, era stanco, consumato dalle febbri malariche e dalla gotta provocatagli dal suo pantagruelico appetito, desideroso di lasciare ad altri le gravi umiliazioni politiche che si annunciavano. Di qui la decisione di rinunciare nei mesi seguenti a tutte le sue corone, affidando al figlio Filippo la Spagna e le colonie americane, le Fiandre, la Borgogna, l'Italia, e al fratello Ferdinando l'Impero germanico. Il che significava anche, dividere i suoi sconfinati dominii sui quali il sole non tramontava mai, riconoscendo l'impossibilità che un uomo solo ne tenesse le redini. Ma lo fece con l'orgoglio e la consapevolezza di sé, del suo rango, della sua sacrale autorità che mai lo avevano abbandonato. Era una solenne e clamorosa rinuncia al potere da parte di un personaggio mitico nell'Europa del tempo, che come sempre assisteva soprattutto a scontri di ogni tipo e a ogni livello per conquistarlo. Aveva deciso di ritirarsi a Yuste, in uno sperduto convento di Jeronimos in Estremadura, segno anche questo della sua sempre più forte identità castigliana, e qui sarebbe morto tre anni dopo. Egli stesso volle minuziosamente preparare ogni cosa, decidere, scegliere gli arredi, le suppellettili, gli orologi (per i cui complicati congegni subiva una sorta di fascinazione), i quadri, tra i quali la prediletta Gloria di Tiziano, che lo raffigurava in procinto di essere accolto in cielo. La scelta di quel ritiro, infatti, ebbe anche il senso di una preparazione all'ultimo trapasso, in una cornice di liturgie, pratiche sacramentali, letture, conversazioni, destinata ad accompagnare il suo bisogno di penitenza ed espiazione non solo per le terrene debolezze ma anche perché esso stesso faceva parte di ciò che egli era e rappresentava. Anche il suo incontro con Dio sarebbe stato un rituale pubblico, perché a lui e a lui solo egli avrebbe dovuto render conto di quanto aveva fatto come uomo e come imperatore. Ieri come oggi, del resto, il potere non concede facili distinzioni tra pubblico e privato. E pubblica fu infatti la sua morte, tra ceri accesi e preghiere di monaci, anche se è probabile che negli ultimi istanti egli volesse affidare la propria salvezza solo alla misericordia di Cristo, come gli aveva insegnato il suo maestro Erasmo da Rotterdam. Circondato da un piccolo seguito di segretari, maestri di casa, medici, orologiai, confessori, cortigiani, ancora in lotta per disputarsi i suoi favori, continuò a comportarsi con loro come sempre aveva fatto, dall'alto di un trono. Ma la tentazione del potere, o meglio la "passione del comando", non lo lasciò mai, e più di una volta minacciò di riprendere le redini della corona, soprattutto quando gli parve che il figlio venisse meno al suo primario dovere di tutelarne la dignità o la salda ortodossia religiosa. Pur sempre più tormentato dagli atroci dolori delle sue malattie, incapace di muoversi e ormai onnubilato delle mente, fino all'ultimo egli restò Carlo V, «por la divina clemencia emperador», senza smarrire il senso e l'onore della sua grandezza.
E Carlo V lasciò le corone
Carlo V d'Asburgo, re di Castiglia e d'Aragona, duca di Lorena, di Borgogna, d'Olanda, sacro romano imperatore, padrone del continente al di là dell'Atlantico, ha abdicato nel 1555. È stato consumato dalle febbri malariche e dalla gotta. Ha pianificato ogni dettaglio della sua morte e si è ritirato in un monastero. Ha deciso di dividere i suoi sconfinati dominii tra i suoi figli e ha scelto di morire a Yuste, in uno sperduto convento di Jeronimos in Estremadura.
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