Ogni giorno il museo (non vasto) è gremito al limite del sopportabile: eppure si continua a paragonarlo al gigantesco Louvre auspicando l'aumento dei visitatori - Questa storica galleria, ad altissima densità di capolavori, andrebbe decongestionata offrendo validi percorsi alternativi Mi è già occorso di parlare di numeri e classifiche. M'è capitato, anzi, di ripetermi; fino alla noia di chi ascolta. Dispero ormai che possa avere un senso la mia pervicacia. Seguitano i confronti tra gli Uffizi e i grandi musei stranieri e seguitano le dichiarazioni di sconforto di chi in Italia ne commenta con disarmante leggerezza gli esiti numerici; sfavorevoli, a prima (e ingannevole) vista. Forse bisognerebbe cominciare col dire che c'è una bella differenza fra "grande museo" e "museo grande". Se si desse peso alle parole si capirebbe che un "grande museo" può essere anche molto piccolo. E la Galleria degli Uffizi è proprio un "grande museo" di contenute dimensioni; dimensioni che ancor più parranno modeste quando per converso si consideri la ricchezza del patrimonio in essa conservato (e perfino stipato, almeno fin quando non perverranno le sale promesse dal progetto d'espansione). Pensare allora di confrontare il numero dei visitatori d'un "museo grande" come il Louvre con quello d'un "grande museo" come gli Uffizi è come pretendere di travasare in un fiasco il vino d'una botte. Non è il numero dei visitatori in sé che qualifica, bensì la densità; il rapporto cioè tra visitatori e superficie votata al l'esposizione. E per densità (o affollamento, sarebbe meglio dire) gli Uffizi sono fra i primissimi musei del mondo. A chi trovi difficoltà a intendere questo concetto non saprei davvero come rivolgermi: è a tal segno elementare e perspicuo da lasciar presagire che non sia capito (fintamente, però) soltanto da chi coltivi in cuor suo, per il futuro, propositi di gestioni di più smodato segno mercantile. So bene per esempio che, favorendo con incentivi gl'ingressi a fine giornata (quando la coda s'estingue e la folla nel museo s'assottiglia), il numero dei visitatori può crescere ulteriormente; e so altrettanto bene che si possono studiare modalità d'aperture volte a far aumentare gli ospiti della Galleria. Di certo non sono alieno dal ricorso a metodi nuovi di promozione. Davvero trovo però non poca difficoltà ad accettar l'idea che ci si sforzi in ogni maniera di studiare sistemi per incrementare i visitatori d'un museo già ingolfato, quando in Italia (e anche nella stessa Firenze) esistono luoghi d'assoluta eccellenza che potrebbero aspirare quasi agli stessi numeri degli Uffizi e ne sono invece sideralmente lontani. O non si dovrebbe sostenere e favorire semmai quest'ultimi (e son tanti)? Non si dovrebbe piuttosto affidare il compito di pubblicizzarli ad aziende specializzate in "strategie d'immagine"? (Le parole non mi turbano affatto; caso mai mi turba chi le pronuncia senza criterio o con scarsa nozione della materia cui dovrebbero essere applicate). Ne guadagnerebbe l'educazione della gente e insieme ne trarrebbero giovamento stavolta sì in maniera sensibile le casse dello Stato. Quali vantaggi si spera d'ottenere a spremere ancor più gli Uffizi, quando in giro ci sono musei che non hanno neppure un decimo dei visitatori che potrebbero avere? Luoghi che, conosciuti, porterebbero, insieme a quel denaro cui tanto s'aspira, anche una più diffusa disponibilità a imparare cose nuove. E poi non sarebbe il caso di ricominciare a vedere nel museo un luogo di formazione dell'animo, o anche solo del gusto? A furia di considerare gl'istituti museali e le stesse opere d'arte esclusivamente alla stregua di fonti finanziarie, s'è perduta l'essenza degli uni e delle altre. Si tratta però d'una perversione cui non sono estranei gli storici dell'arte, che quasi mai insegnano (come viceversa fanno gli storici della letteratura) a leggere le opere medesime come testi poetici, che s'esprimono in figura invece che in parola. Se non s'istilla nei giovani il desiderio di gustare appieno la "poesia" ch'esprime un quadro o una scultura contemplando dunque sia la forma che il contenuto , nessuno mai si porrà al cospetto di un'opera così come farebbe con un brano, appunto, di letteratura. Al quale la scuola fin da subito insegna ad accostarsi ponendone al centro non già la filologia (che fiaccherebbe qualsiasi giovane ben disposto), bensì i pensieri sottesi. Se oggi non si va nei musei con questo spirito, la responsabilità è anche di chi non ha saputo infondere nelle menti e nei cuori dei giovani la coscienza che un'opera d'arte è uno degli esiti più elevati dello spirito e non un esercizio formale o, peggio ancora, un feticcio. Questo, però, potrà comunque reputarsi un peccato d'origine; il resto del male viene tutti i giorni di conseguenza a una volgarità diffusa, che trova il suo icastico vessillo nell'immagine del "petrolio". L'arte è il petrolio italiano, si sente enunciare; e ora lo dimostrano i francesi. Che addirittura il loro "petrolio" lo esporteranno nella terra dei petrolieri. Auspico s'intenda che non ironizzo affatto sul concetto che il nostro patrimonio storico sia fonte di ricchezza. Riconosco però di non avere stima per chi non impegna la propria intelligenza, la propria cultura e il proprio estro, nella ricerca d'una promozione che combini l'esigenze economiche con quelle ineludibili dell'educazione. Deploro per intendersi chi, in vista d'un utile finanziario, ricorre all'abusata, grossolana scorciatoia del prestito di un'opera eccellente (coi rischi inesorabilmente connessi); il più delle volte senza che neppure vi sia l'ombra d'una proposta formativa (la quale, per esempio, difficilmente può prescindere dalla ricostruzione d'un contesto in cui ambientare l'opera stessa). Quasi si spostasse una reliquia miracolosa da venerare. E, in questo caso, per simonia. Credo ci sia più d'un motivo di riflessione, soprattutto perché si sta ragionando d'un patrimonio che c'è arrivato gratuitamente per via ereditaria e che siamo tenuti a consegnare in eredità (possibilmente integro) a quelli che verranno dopo. Quando si pretende che un museo sovraffollato come gli Uffizi accresca i suoi visitatori, quasi mai si pensa che le folle comunque usurano. Il loro transito continuamente incide sul microclima. Per esser chiari: ogni volta che un gruppo numeroso entra in una sala (che agli Uffizi è quasi sempre di dimensioni piccole) l'umidità sale, per poi scendere subito dopo l'uscita di quello stesso gruppo. E il legno ch'è supporto delle pitture, impercettibilmente ma ineluttabilmente si gonfia e si ritrae, in un movimento che non è condiviso dalla pittura medesima; la quale, in caso d'escursione più forte, s'alza in creste, con pericolo di cadute del colore. Ancorché detto alla grossa, così è; e i sistemi per mantenere un equilibrio, lavorando su un bilanciamento fornito dalle macchine, non sono ancora così sofisticati da riuscire a compensare tutte le sperequazioni. Sarebbe colpevole non tenerne conto quando si ambisce a incrementare gli ospiti d'un museo. Allora la questione credo si possa (forse un po' crudamente) porre in questi termini: se si aspira a una buona conservazione del patrimonio, il suo utilizzo dev'essere molto oculato; se si ambisce a una rendita consistente e immediata, sarà da sfruttare quanto più si possa. È ovvio che nessuno non foss'altro per decenza dichiarerà d'aderire alla seconda soluzione. E però quando si reputa di poter, per danaro, trasferire da un continente a un altro qualcuna di quelle opere che sono gli apici della cultura figurativa mondiale di tutti i tempi, il pensiero sotteso è quello di cavarne con poca fatica e con gravi pericoli un utile cospicuo. E lo stesso potrà dirsi riguardo a quelle strategie che, invece di promuovere luoghi mirabili ma sconosciuti, puntano a far crescere i visitatori nei musei che, per essere da tempo entrati nel mito, già vantano calche di visitatori. All'estero, cui siamo avvezzi a volgere l'attenzione quando si cerchino spunti per nuove tattiche finanziarie, bisognerebbe abituarsi a guardare anche quando si vogliano scongiurare domani gl'inconvenienti, se non addirittura i guasti, prodotti da una spasmodica aspirazione a cavar sempre più profitto dagl'istituti museali. Visto, per esempio, che dalle nostre parti il Louvre viene sovente evocato a modello d'una gestione redditizia e talora improvvidamente, però messo a confronto proprio con gli Uffizi, sarebbe opportuno fermarsi a misurarne idealmente i saloni, le interminabili sequenze di stanze larghe, le gallerie senza fine, lo spazio destinato all'accoglienza sotto la "piramide" (ampio, da solo, quanto l'aeroporto di Firenze). Sarebbe bene fermarsi nella Grande Galerie (magari in un canto protetto per non esser trascinati via dall'incessante fiume di gente che scorre in quell'alveo prestigioso) e poi osservare le migliaia di visitatori che transitano davanti alle opere dei più eletti maestri dell'arte italiana, a mala pena sostando un attimo al cospetto di quelli (peraltro pochissimi) celebrati dalla televisione. Bisognerebbe vedere quel fiume voltare poi, di colpo, in un'ansa e riversarsi nella sala della Gioconda solitaria protagonista su una parete monumentale , davanti alla quale il flusso di colpo s'arresta, generando un emiciclo vociante, dove di continuo balenano, come fulminee stelle cadenti, i colpi di flash. Quasi fosse un incontro con Madonna (non la madre del Salvatore, beninteso). Cos'ha da spartire tutto questo con la conoscenza e la cultura? Quale vantaggio ne desume la gente? Che opinione si farà, d'un museo, un giovane che, aspirando a un'educazione storica, si trovi in un luogo ingolfato di persone distratte e rumorose? Non è forse anche l'educazione dei giovani una materia di cui si dovrebbe tener conto quando si ragioni d'economia? Per il futuro dello Stato per forza si dovrà pensare ai giovani. E allora di quali virtù potranno godere se i modelli che si offrono loro sono tutti informati a un guadagno basta che sia? Non si tratta più d'estetica, ma di etica. Insegnare ai giovani che l'importante è la rendita economica e che il resto è solo "poesia", vuol dire trasmettere il principio che il danaro è l'unico valore. Fondandosi su concetti come questo mi par davvero improbabile che il mondo di domani sia migliore di quello attuale. Reputo invece indispensabile che nei luoghi preposti all'amministrazione della cultura (quelli più eminenti, intendo) si torni al più presto a discutere giustappunto dell'educazione; termine che un tempo dava addirittura il nome a un ministero. Quel tempo nessuno lo rimpiange (almeno così si sente dire), però non sarebbe male tornare ad abbinare se non altro concettualmente i beni culturali al l'istruzione pubblica. Che non significa affatto disinteressarsi delle questioni finanziarie o addirittura ignorare le potenzialità economiche sottese al nostro patrimonio; significa bensì restituire alle opere d'arte figurativa la loro grande capacità pedagogica. Istruire i giovani al bello, nei musei, perché sappiano riconoscerlo anche nella vita d'ogni giorno: così la pensava un grande direttore degli Uffizi nel Settecento; e così converrebbe ancora si pensasse. Per il bene di tutti. di Antonio Natali Direttore della Galleria degli Uffizi I numeri di Parigi e Firenze L'articolo del Direttore degli Uffizi Antonio Natali che qui anticipiamo uscirà a settembre nel «Bollettino degli Uffizi». In esso il funzionario fiorentino risponde pacatamente a chi vorrebbe ulteriori incrementi di visitatori nel suo museo additando a modello i grandi numeri del Louvre. Ma è sotto gli occhi di tutti che gli Uffizi, oggi, già scoppiano di visitatori, e che paragonare il Louvre agli Uffizi non è molto corretto: sono i numeri a dirlo. Vediamo perché. 1) Spazi. Gli Uffizi possono contare su 5.500 mq. di aree espositive, il Louvre su 60.600 mq. 2) Opere. Gli Uffizi espongono 1290 opere d'arte più 670 nel Corridoio Vasariano. Nei depositi ci sono 2.358 opere. La collezione del Louvre comprende oltre 380mila oggetti e opere d'arte con 35mila opere in esposizione. Il vanto del museo francese è la raccolta di 11.900 dipinti, di cui 6.000 in esposizione permanente e i rimanenti conservati in deposito. 3) Proporzioni. Il Louvre è, dunque, quasi 12 volte più grande degli Uffizi per dimensioni fisiche e ha un numero di opere d'arte che è circa 76 volte più alto rispetto a quello degli Uffizi. 4) Visitatori. Nel 2008 gli Uffizi hanno registrato 1.553.951 visitatori (e si dispone già del dato d'affluenza del primo semestre 2009: sono 735.354 presenze). Il Louvre è stato visitato nel 2008 da 8 milioni e 500mila persone. Parigi ha registrato un numero di presenze di oltre 5 volte superiori rispetto a quelle di Firenze. Fatti i conti e le debite proporzioni, non sarà il Louvre a dover incrementare i visitatori se vuol reggere il confronto con gli Uffizi? Marco Carminati
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Marco Carminati
il Sole 24 Ore
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