Nell'area operano 18 gruppi specializzati con 700 iscritti Stimolati dalla ricchezza del patrimonio artistico del Centro-Nord e sostenuti solo dal contributo economico dei soci, i gruppi archeologici giocano un ruolo di primo piano nell'azione di tutela e gestione dei beni culturali: soprattutto in tempi di austerity. Nel Centro-Nord sono 18 (su un totale di 75 a livello nazionale per complessivi 3mila iscritti) i team che aderiscono all'associazione Gruppi archeologici d'Italia (G.A. d'Italia) con circa 700 associati. Ma il sottobosco del volontariato archeologico è più ricco (e difficilmente misurabile): alcune "squadre" non rientrano sotto il cappello dei Gruppi d'Italia. Volontari per vocazione, professionisti della ricognizione del territorio, del controllo e dell'esplorazione delle aree archeologiche. «Il nostro ruolo - dice Naida Panicucci, ingegnere, responsabile regionale dei Gruppi d'Italia e direttrice del gruppo archeologico pisano (impegnato nella pulitura e nel mantenimento delle aree archeologiche dei monti Pisani e in particolare del monte Castellare) - è anche quello di sensibilizzare i cittadini alla tutela del patrimonio artistico. All'inizio non eravamo visti di buon occhio dall'archeologia "ufficiale", ma i gruppi toscani sono riusciti ad instaurare rapporti collaborativi con la Soprintendenza archeologica. Non dimentichiamo, poi, che i volontari hanno costo zero». Anche in Emilia-Romagna i team territoriali lavorano in sintonia con Soprintendenze ed enti museali: il gruppo archeologico bolognese (aderente ai Gruppi d'Italia) collabora con il museo archeologico nazionale di Marzabotto e cura la ricognizione archeologica della media valle del Samoggia. Nelle Marche la strada è invece in salita: «Siamo utilizzati per accompagnare i visitatori nelle aree archeologiche, ma non ci è concesso partecipare ad attività di scavo - sottolinea Vincenzo Moroni, direttore del gruppo archeologico Appennino Umbro Marchigiano -. Vorremmo maggiore elasticità da parte degli organi competenti: chiediamo di operare, non autonomamente, ma sotto la supervisione di un assistente di zona». Una delle esperienze più importanti a livello nazionale è quella del gruppo archeologico toscano di Montelupo Fiorentino, un unicum (per il livello dei risultati ottenuti) nel panorama dell'archeologia non accademica. Trentatre anni di operazioni di scavo e recupero svolte dai volontari all'interno di una grande pozzo idrico (nella zona antica del castello) hanno portato alla luce centinaia di maioliche, patrimonio del Museo della Ceramica di Montelupo Fiorentino che fu centro di produzione di Firenze durante tutto il Rinascimento. «Il Comune non avrebbe avuto le risorse per costruire un patrimonio così ricco, venuto alla luce grazie all'attività dei volontari il cui impegno ha portato alla nascita di ben tre musei», nota Fausto Berti, direttore del Museo e responsabile del gruppo nato nel 1975 e composto da 45 volontari.