Per effetto della crisi economica quasi tutti piangono, con ragione. Ma i tagli che decurtano finanziamenti, fondi di sostegno, aiuti e sovvenzioni alle più varie categorie, voci di bilancio anche le più nobili, come la scuola e la ricerca, non derivano dallimpulso sadico di questo o quel ministro, ma dal fatto che i soldi scarseggiano e non bastano a farli germogliare le «grida» allottimismo del premier né i suoi patetici esorcismi contro le statistiche dellIstat o dellOcse, bollate esorcizzate come farina del diavolo. Due sono i modi per affrontare una situazione del genere. Il primo, in ampio uso nei tempi andati ma oggi off limits, consisteva nello stampare più carta moneta. Questa si svalutava ma lo Stato poteva far fronte alle richieste. Le lire valevano la metà ma non si negavano a nessuno. Linflazione si faceva devastante in primo luogo per i meno abbienti, i percettori di redditi fissi, i pensionati, i salariati che non riuscivano a star dietro allaumento dei prezzi. Se non fossimo riusciti ad entrare nelleuro - ed è bene ricordare che Berlusconi e il suo più sentito ispiratore, Bossi, erano, a ben ragione, dal loro punto di vista, contrari - oggi questa sarebbe sicuramente la via scelta dal nostro governo. Quasi automaticamente ne seguiva la svalutazione della lira e laumento del debito pubblico. Tuttavia, anche se non è più percorribile la via della «finanza allegra», esiste un altro modo per affrontare la crisi. Occorrerebbe attuare una strategia di sortita che al suo compimento permetta di collocare settori decisivi della società e della economia italiana in una posizione più avanzata che per linnanzi . La crisi, insomma, come occasione per scelte altrimenti difficili da proporre. Una vera sfida riformista sia per il governo che per lopposizione. Faccio qualche esempio pratico. I) Ha ancora senso, nel quadro globale di riorganizzazione della Fiat, difendere una fabbrica di auto in Sicilia? O non avrebbe ben altro impatto, nellipotesi di una diversa politica energetica, istallare a Termini Imerese un grande impianto per pannelli fotovoltaici, facilitandone lo sviluppo attraverso una legge che obblighi allimpiego dei pannelli solari nelle nuove costruzioni? II) Salvatore Settis ha ben spiegato («Repubblica» del 15 us) come possano essere esiziali i tagli alla Università e alla ricerca, ma ha anche suggerito una serie di misure tuttaltro che indolori per mettere fine a un sistema di sprechi e favoritismi corporativi. Perché mantenere più di 100 atenei di qualità eterogenea (più le infinite sedi distaccate) ma tutti abilitati a rilasciare lauree e cattedre di valore formalmente eguale, grazie al mantenimento del valore legale del titolo di studio? Abolirlo come premessa per disboscare la giungla universitaria, dividere gli atenei vocati allinsegnamento da quelli concentrati sulla ricerca, finanziare gli uni e gli altri secondo criteri di eccellenza: ecco un modo per rendere virtuosi anche i tagli. III) Il Fondo unico per lo spettacolo che finanzia cinema, teatro, musica, danza e perfino i circhi equestri è stato drasticamente decurtato. Non piangono solo registi, teatranti e musicisti ma 200.000 persone che fanno capo allo spettacolo. Per lanno prossimo molte pellicole in produzione resteranno a metà, molti sipari non si alzeranno, festival che hanno animato città e paesi cancelleranno le attività di richiamo. Anche qui, invece, di distribuire i pochi soldi a mo di elemosina indifferenziata, perché non affrontare una riforma imperniata sul federalismo? Si scelgano in un confronto fra Stato e Regioni i 4 o 5 grandi teatri e le poche orchestre di interesse nazionale e si fissino quelli di interesse regionale da finanziare con mezzi locali. Lo stesso per i festival. E si prenda loccasione per tagliare gli inutili centenari di personaggi più o meno noti della storia dItalia che costano somme spropositate, quando basterebbe un ricordo di Rai-Education.