PASSAGGIO A DESTRA4 UN TEATRO DI IDEE PER IL SUD BARI E DINTORNI Una delle intimidazioni più colpevoli che il governo Berlusconi abbia lanciato nell'ultimo anno a una giunta locale di centrosinistra ha colpito il terreno della cultura: si è trattato del rinvio costante e immotivato - se non su basi confusamente agitate - della riapertura del Teatro Petruzzelli di Bari. Una sorta di «monito» rivolto al sindaco Emiliano che aveva promesso ai baresi la riapertura per la festa di San Nicola del 2008. Nonostante la ricostruzione fosse finita a novembre, la presunzione del governo era evidentemente quella di tirare sul tempo per riaprire il Petruzzelli dopo le elezioni di giugno, quando la maggioranza al Comune di Bari, come speravano a Roma, sarebbe cambiata e quando dunque quella destra che aveva smesso di governare la città nel 2004 avrebbe celebrato anche simbolicamente, con un'inaugurazione berlusconiana del Teatro, il suo ritorno a Palazzo di Città in piena sintonia con il governo attuale. Così però non è stato, e la vittoria di Michele Emiliano con oltre il 59 per cento al ballottaggio del 21 e 22 giugno, ha fatto sì che il sindaco riconfermato, già nel suo discorso in una Piazza della Libertà festante la sera della vittoria, abbia rilanciato come data per la riapertura del Petruzzelli il 6 dicembre 2009. Quel bene comune simbolico Una vicenda che mostra come anche un teatro, ossia una istituzione culturale e dunque un bene comune altamente simbolico per i cittadini, sia un elemento su cui si misura con forza la politica. Del resto, questo accade in un'epoca in cui il «capitale culturale» assume qualità nuove e impreviste: qualità che modellano la vita quotidiana, costruiscono identità plurali, producono un'idea e un progetto di città intesa in tutte le sue articolazioni. Nicola Laforgia, titolare «uscente» di un assessorato significativamente intitolato alle «Culture, Religioni, Pari opportunità, Comunicazione, Marketing territoriale» afferma: «In questi anni abbiamo cercato di fare arrivare la cultura dappertutto e per tutti, scegliendo come luoghi non solo il centro, ma le periferie, in modo tale da incentivare in tutti i cittadini la partecipazione consapevole, la scelta informata». Questa idea di «reticolarità della cultura» era stata visibile da subito. Memorabile, ad esempio, nel dicembre 2005 lo splendido concerto di Jan Garbarek con l'Hilliard Ensemble tenuto nella chiesa di Enziteto, un quartiere di periferia oggi ribattezzato San Pio, nell'ambito del Festival Le voci dell'anima, che dal 2004 porta musica di tutto il mondo nelle chiese della città di Bari. Due mesi prima quel concerto si era tenuto nel Duomo di Berlino, e invece in quei giorni di Natale era quella chiesa semplice a ospitarlo, quel quartiere fino allora abbandonato, per un pubblico certo ancora quell'anno di soli intenditori, ma che in breve tempo sarebbe diventato molto più ampio e variegato. I fondi erano pochi, perché c'era anche da riportare in attivo il Bilancio comunale, ma l'idea su cui ha puntato l'amministrazione in questi anni è stata quella, dice Laforgia, «di valorizzare le energie presenti sul territorio e di collegare la cultura al marketing territoriale, di esportare l'immagine di Bari e della Puglia, la vocazione di questa terra all'apertura e all'inclusività». La cultura oggi articola gli stili di vita: la musica, la letteratura, l'arte, il cinema, le mode, il sapere in generale sono pratiche sociali intessute nel vivo dell'esistenza quotidiana di coloro che ne fruiscono come cittadini e non come generico «pubblico» o, peggio, «audience». Michel de Certeau chiamò «invenzione del quotidiano» questa possibilità che tutti noi abbiamo di creare gusti, esperienze, saperi al di là dei comportamenti massificati, e di rispondere in modo attivo ai prodotti culturali che ci si offrono. I luoghi e i testi della cultura si moltiplicano nelle città creando modelli aperti di cittadinanza. Bari non ha temuto questo confronto e anche questo aspetto ha premiato l'amministrazione oggi riconfermata. La nouvelle vague barese e pugliese del primo decennio Duemila ha coinvolto diverse forme di espressività culturale e artistica, dal cinema, alla letteratura, alla musica, al teatro, alle arti figurative. Non sono mancati i punti critici, oggi ancora di fronte alla giunta che si formerà e alla città tutta: finora si è puntato a moltiplicare le offerte culturali e le esperienze, con una «leggerezza» anche di stampo positivo, ma d'ora in poi occorrerà elaborare idee più forti. Per una città che in questi anni ha vissuto quasi ogni giorno l'imbarazzo della scelta tra gli appuntamenti culturali, in vari quartieri e per vari gusti, non sempre per la verità passati al setaccio della raffinatezza, sembra dunque venuto il momento di mantenere senz'altro la dimensione della «cultura del quotidiano», ma di stabilire in più alcune connessioni virtuose, delle priorità che permettano di non girare a vuoto e che favoriscano la crescita di un «vincolo della conoscenza» tra i cittadini, in grado di coinvolgere le nuove generazioni. Soprattutto tenendo conto del fatto che Bari ha una forte componente giovanile universitaria, e tuttavia il modello di città (anche) universitaria non emerge ancora, sebbene alcuni segni si stiano delineando e promettano ottimi sviluppi, per esempio con i lavori che l'Università ha avviato per la realizzazione di «Student Center» multifunzionali. Esempi positivi Altro esempio recente delle prospettive che possono aprirsi e su cui è fondamentale investire è stato, lo scorso gennaio, l'edizione n. 0 dell'Italia Filmfest Per il cinema italiano, organizzato dalla Apulia Film Commission e voluto dal cineasta di origine barese Felice Laudadio, che ha avuto uno straordinario successo per la grande e imprevista partecipazione del pubblico giovanile. Il festival è stato un esempio positivo di buona collaborazione tra la Regione, il Comune, la Provincia, l'Università, la Camera di Commercio, il Ministero per i Beni e le Attività culturali e altre istituzioni pubbliche e private locali e nazionali. Centrale e a tutto campo sarà il lavoro, in corso ormai da tre anni, del Piano strategico metropolitano BA2015. Il Piano, che riunisce nella sigla Metropoli Terra di Bari 31 Comuni compreso il Capoluogo, punta a creare «un polo industriale della cultura e della creatività» e a rendere la metropoli «un polo della conoscenza adriatico-mediterraneo in grado di valorizzare la componente giovanile e rafforzare l'attrattività del sistema universitario». Tra gli obiettivi del Piano Strategico vi è la candidatura di Bari a Capitale europea della cultura per il 2019, il che significa che la dimensione culturale diventerà un elemento di forza indiscutibile. Sul Piano si basa anche un grosso impegno per la creazione di trentamila posti di lavoro sul quale Emiliano ha incentrato soprattutto le ultime due settimane di campagna prima del ballottaggio: una quota importante di queste opportunità dovranno provenire da investimenti in conoscenza e cultura del territorio. E su questo gli impegni andranno messi alla prova dei fatti. Probabilmente la connessione tra la Bari metropolitana e l'istituzione provinciale non è stata mai chiarita negli ultimi cinque anni, sul piano politico più che su quello culturale in verità, e questa è stata una delle cause che hanno prodotto la perdita della Provincia da parte della giunta di centrosinistra. Dice l'assessore provinciale alla Cultura uscente, Fabio Losito, assessore-violinista, come si è autodefinito, dello spumeggiante gruppo folk-rock Folkabbestia: «Alla Cultura si sono susseguiti in provincia tre assessori in una sola legislatura, il che ha reso impossibile recepire risorse importanti. Malgrado ciò, ci sono state scelte coraggiose, come il Festival di musica Primitivo, la Provincia dei suoni e si è mantenuta comunque la continuità delle istituzioni provinciali culturali: la pinacoteca, l'orchestra e la biblioteca». Storicamente, Bari si è sempre voluta contraddistinguere come città atipica rispetto a un'idea di Sud «arretrato» o «parassitario». Sin da fine Ottocento è stata «l'Antinapoli»; la sua classe dirigente si è sempre proposta come dinamica e produttiva in contrapposizione con gli stereotipi (o le realtà) dell'arretratezza, da un lato, dello sfruttamento da parte del Nord, dall'altro. «Milano del Sud» è un'espressione antica con cui Bari è stata o si è autodefinita. Se anche questa «antinapoletanità» o «milanesità» di Bari e dei baresi è diventata essa stessa uno stereotipo, non sono mancati in questi anni altri luoghi comuni mediatici che hanno costretto la città in un limbo, e che tuttora impediscono di comprenderne alcuni tratti. Li denuncia Franco Cassano, il sociologo e filosofo che concentra il suo pensiero e il suo attivismo intellettuale su un'idea propulsiva di «meridianità» della quale Bari e la Puglia rappresentano un punto essenziale. «Piace a molti - dice Cassano - parlare di Bari estendendo a questa città i pregiudizi sul Sud corrotto e clientelare: si parla per esempio dell'università degli scandali, ma non si dice che l'ateneo di Bari si è dotato negli ultimi anni di un Codice etico avanzatissimo preso a modello da molti altri in Italia. E anche in questi giorni, si cade nell'errore di credere che il voto a Emiliano sia stato favorito dall'effetto indotto dall'inchiesta della Procura sulle escort baresi, mentre non ci si rende conto che in questa città molto è cambiato negli ultimi anni. A Bari e in Puglia c'è un antidoto a Gomorra e alle patologie del Sud». Il pensiero meridiano di Cassano ha avuto grande influenza sull'onda lunga della «primavera pugliese», le cui radici vanno ricercate già alla fine degli anni '90. Il lavoro ideale in questa direzione ha al suo cuore l'idea di cittadinanza attiva, un concetto mutuato dalla vita activa di Hannah Arendt, ma articolato anche con alcuni caratteri, per così dire, di una «pugliesità mediterranea» non stereotipata, aperta e orientata al futuro, in grado di coniugare partecipazione e opinione pubblica. Stereotipi di ritorno Di un fervente attivismo sono protagoniste a Bari le donne che, proprio in questi giorni, come singole e come appartenenti a varie associazioni e comitati cittadini, stanno cercando di contrastare in modo propositivo gli stereotipi di ritorno collegati alle vicende e ai valori delle «ragazze immagine» e «veline». Questi stereotipi non sono disgiunti dal poco edificante risultato elettorale ottenuto dalle candidate del centrosinistra, tema su cui ci sarà molto da lavorare anche in previsione della formazione della nuova Giunta. L'identità culturale, se l'espressione ha senso, va oggi rintracciata e ricostruita nell'innesto tra modernità e storia, nella comprensione anche delle esperienze più sottaciute del passato poste a confronto con quelle più avanzate del presente. Linguaggi, storie e simboli fanno di Bari una terra di passaggio, di raccordo, di frontiere aperte. Qui la cultura può lanciarsi in uno sforzo di invenzione e sostenere, intessere di sé, la politica. Quest'ultima, da parte sua, non si ferma perché le elezioni regionali sono alle porte: su queste, e sull'idea di Sud, si gioca in Puglia una partita nazionale. Foto: IL MUNICIPIO DI BARI FOTO ANDREA SABBADINI
il manifesto
19 Luglio 2009
BARI e dintorni. Un teatro di idee per il Sud
PA
Patrizia Calefato
il manifesto
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Bene culturale
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