Dice la Costituzione che, in Italia, la proprietàè pubblica o privata. Dice. Perché nei fatti, accade che la proprietà sia frammentata, polverizzata tra decine di enti, centinaia di organi, migliaia di mani di burocrati che a vario titolo possono dire chi può fare cosa e come di ciò che è suo. Ne fornisce un esempio eclatante la vicenda della Colonia Fara, l'enorme edificio chiavarese progettato nel 1935 dall'architetto Camillo Nardi Greco su commissione del Partito nazionale fascista e inaugurato, tre anni dopo, dallo stesso Benito Mussolini. Il Comune di Chiavari, dal 1980 proprietario della struttura, ne ha deliberato la cessione a privati, al duplice scopo di ricuperare lo stabile alla città e trarne risorse per finanziare le altre spese a cui l'amministrazione deve far fronte. Il calvario per la vendita è stato, finora, lungo e inconcludente, e ciò a dispetto dei diciassette milioni di euro messi sul piatto da una cordata di imprenditori locali. E a dispetto dei paletti che, col tempo, si sono infittiti: nel 1984 la Regione Liguria dichiarava la Colonia bene di notevole interesse pubblico (questo quattro anni dopo essersene sbarazzata cedendola al Comune a causa dei limiti fisici che ne impedivano qualunque utilizzo razionale). Nel 2007 è stato il turno della Soprintendenza, che ha introdotto gli immancabili vincoli paesistico-ambientali e storico-artistici. Il sindaco, Vittorio Agostino, e la sua maggioranza hanno spinto la pratica, che nel marzo 2008 ha avuto il via libera dei Beni culturali. Cosa fatta capo ha? Macché. Nel Paese dove ogni decisione è una via crucis, non potevano mancare gli immancabili ricorsi, questa volta da parte di Italia nostra e di altre associazioni variamente ecologiste. Ricorsi puntualmente, ancorché parzialmente, accolti dal Tar, che ha rilevato vizi formali nella procedura. Commento di Agostino: «Italia nostra, con motivi formali, rallenta la bonifica e il risanamento di una delle aree più pregiate della città». Agostino ha ragione. E ha ragione due volte, sul piano della forma e su quello della sostanza. In primo luogo, la proprietàè pubblica o privata. Nel caso della Colonia Fara è pubblica e l'attuale proprietario, il Comune, vorrebbe farla diventare privata. Nel transito verso i nuovi titolari, nessuna norma e nessun vincolo viene rimosso, né può esserlo: quindi, tutte le garanzie (probabilmente eccessive) sulla conservazione dell'edificio restano immutate. Non c'è alcun motivo, teorico o pratico, per pensare che un privato sia meno solerte o efficiente del pubblico nell'adeguarsi alla legge. Anzi, il contrario: il privato ha interesse a valorizzare un immobile che il Comune non è, evidentemente e per sua stessa ammissione, in grado di gestire. I progetti parlano di farne un residence di lusso, con centro benessere e ristorante. Oggi la Colonia Fara è un pericolante relitto che fornisce un tetto precario a numerosi occupanti abusivi. Prima, fino alla fine degli anni Novanta, i piani inferiori ospitavano una scuola elementare, che è stata spostata per motivi di sicurezza. Prima ancora, negli anni Settanta, era stata un albergo. Dal punto di vista sostanziale, poi, la manovra di Agostino è"win-win", cioè vincono tutti: ci guadagna il Comune, che aliena un rudere e ne ricava quattrini preziosi; ci guadagnano i compratori, che sono mossi da un'ambiziosa visione imprenditoriale; e ci guadagna la città, che in prospettiva potrà godere di un gioiello architettonico in luogo di un monumento alla trasandatezza. Agostino ha però torto sul piano dei cavilli: il piano dove si muovono gli azzeccagarbugli, i burocrati anonimi, i monaci del formalismo amministrativo che agiscono come macchine senza cuore e senza anima, del tutto disinteressate all'esito dei loro atti. Perché loro si preoccupano dei punti e delle virgole, ma non vedono dove tali punti e virgole conducono: la verità, pura e semplice, è che nessun attore pubblico è in grado di salvaguardare la Colonia Fara. Se l'obiettivo è quello, l'unico strumento è la privatizzazione e la sua parziale trasformazione. Le città sono, in un certo senso, organismi viventi e come tali devono avere la possibilità di crescere, cambiare, migliorare. Norme che hanno lo scopo, o la conseguenza, o entrambi, di imbalsamare le città e le loro parti hanno il medesimo effetto di un sortilegio che ne trasforma i tessuti in quelli di uno zombie putrefatto.