Dai marmi del Partenone al Vaso di Eufronio, questa è lestate in cui molti reperti dei musei che visitiamo tornano in prima pagina. Nascondono storie di trafugamenti e improvvise riapparizioni nei più grandi spazi espositivi del pianeta Alcuni, col tempo, sono stati resi ai legittimi proprietari, altri restano oggetto di interminabili contese Nella soffitta di un casa di Mosca dentro il "Kolzò", la circonvallazione urbana che racchiude il centro, ha dormito per mezzo secolo una raccolta di dischi che ha torturato lanima di un uomo fino alla morte. Scoperta, forse per caso, nel 1991 da Aleksandra Bezimenskaya, figlia di Lev Bezimenski, linterprete personale del conquistatore di Berlino, Georgij Zukov, la collezione raccoglie i cento vinili privati incisi esclusivamente per Adolf Hitler dai più grandi musicisti degli anni Trenta. Fu Lev, che entrò fra i primi fra le rovine di Berlino nel maggio del 1945 e stilò il telegramma a Stalin con la conferma della morte del Führer, a trovarla, a rubarla e a trasportarla di nascosto per mille e seicento chilometri, attraverso peripezie inimmaginabili dalla Prussia devastata fino alla capitale sovietica. E a seppellirla nella soffitta della sua casa. Ci sarebbe rimasta a prendere la polvere di quasi mezzo secolo, fino alla morte di Lev nel 1991, senza che lui osasse mai ascoltare uno solo di quei pezzi unici sul grammofono, toccarla, consegnarla, tormentato dal senso di colpa e dalla coscienza di avere in granaio un tesoro intoccabile e proibito. Minuscolo, in fondo, eppure chiaro esempio privato di quella onorata tradizione del saccheggio del vincitore sul vinto che oggi, tra pentimenti, restituzioni, richieste, rimorsi, sta agitando luniverso dellarte e dellarcheologia, dal British Museum al Getty di Los Angeles, dal Louvre allErmitage di San Pietroburgo, passando per piazze, obelischi, chiese, strade, costruite e adornate, nei secoli dei secoli, dalle spoglie dei vinti. Dalla tombe dei Faraoni, che già Alessandro il Macedone trovò violate e saccheggiate tre secoli prima di Cristo, fino alla spoliazione del museo di Bagdad subito dopo loccupazione che il ministro della Difesa americano Rumsfeld licenziò con la sua proverbiale sensibilità come «qualche vaso di coccio», il diritto del più forte e del più potente ad appropriarsi dei tesori altrui non fu soltanto un formidabile, e spesso il solo, incentivo alla guerra per duci e soldataglie. Il passaggio dalla brutale appropriazione di beni, cibo, oggetti, ricchezze e invariabilmente donne, considerate parte fungibile del bottino, con immancabile incendio finale del villaggio e schiavizzazione dei superstiti, al sistematico saccheggio operato con assoluto cinismo dai lord britannici nellimpero, la pratica ha addirittura acquisito un nome proprio: l«elginismo». Deriva da quellambasciatore britannico presso lImpero turco, Thomas Bruce settimo conte di Elgin, che allinizio dellOttocento, per ingrassare le fortune della casata, inviò sciami di scalpellini sullAcropoli di Atene, allora soggetta agli Ottomani, e platealmente rubò dal Partenone quei favolosi bassorilievi venduti da lui come bene privato a Londra. E oggi adornano il British Museum della capitale inglese. Proprio la contesa sui bassorilievi del Partenone, che lInghilterra non intende restituire per completare il magnifico museo dellAcropoli finalmente costruito dai greci, ha riscoperchiato quel plurimillenario ed esplosivo vaso di Pandora che sono, ovunque, musei e collezioni private. Se a molti, come al brillante polemista e saggista inglese Christopher Hitchens colpito dal classico attacco di filoellenismo che travolge periodicamente i suoi connazionali e ne ha scritto su Vanity Fair, appare ovvio che Londra dovrebbe restituire ai greci quel volgare furto di Lord Elgin, il problema è sapere dove la catena delle restituzioni possa portare. Nel magnifico Museo egizio di Torino come nel Louvre di Parigi, nelle collezioni private di nuovi e antichi miliardari che hanno comperato, non sempre conoscendone la provenienza, reperti archeologici e capolavori, sono in mostra favolosi oggetti che molto raramente le nazioni dalle quali provengono hanno accettato legittimamente di cedere. Forse esagera la curatrice dellErmitage di San Pietroburgo quando sostiene che «metà delle opere italiane al Louvre dovrebbe essere restituita perché rubata da Napoleone». Ma certamente lidea che dai bassorilievi dellAcropoli alla Deposizione di Rembrandt approdata finalmente proprio allErmitage attraverso il saccheggio napoleonico del Grande Elettore dAssia nel 1806, si possa dipanare la matassa della legittima appartenenza dei capolavori e dei reperti agita le notti di molti curatori di musei. Nessuno, in materia di saccheggi, può scagliare il primo capitello o la prima anfora. Può anche essere vero, come testimoniò al Congresso il direttore del MoMA, il Museo dArte Moderna a Manhattan, che «nessuna delle centomila opere darte in nostro possesso proviene dal colossale bottino dei nazisti» sulle popolazioni dellEuropa occupata. Eppure è noto, e dimostrato dalle ricerche ufficiali, che i comandanti dei reparti americani ammirevolmente incaricati di recuperare i tesori saccheggiati dalle truppe tedesche per il futuro Museo Hitler di Berlino, dovettero faticare non poco per evitare che qualche caporale intraprendente spedisse a casa, come souvenir, un quadretto o due di impressionisti o di fiamminghi. Come linterprete di Zukov fece con i 78 giri del Führer. Rispettando una consolidata tradizione del bottino, che adorna anche cattedrali come San Marco a Venezia, la Russia di Stalin aveva ufficializzato la pratica della spoliazione dei vinti per rappresaglia e vendetta, definendola «arte trofeo», la versione moderna della testa dello sconfitto issata sulle picche dei vincitori o del re nemico trascinato nel trionfo. Si dovette attendere Gorbaciov per rinnegare, parzialmente, questa dottrina, quando lultimo imperatore sovietico fece il gesto di ordinare la restituzione ai tedeschi di 101 pezzi, tra i quali molti Dürer. Ma dovettero passare dieci anni, fino al 2000, perché effettivamente quelle opere fossero riportare a Brema, in attesa di altre quasi quattrocento già riconosciute come legittima proprietà dello stesso museo, ma ancora ferme in Russia. Tra migliaia di altre, portate via con puntiglioso accanimento dallArmata Rossa come risarcimento morale e materiale per i venti milioni di russi morti. E questa, indicata da Gorbaciov, seguita dal governo italiano con la restituzione nel 2005 allEtiopia dellobelisco di Axum rubato da Mussolini nel 1937 e dal presidente Napolitano con la riconsegna di un frammento dei bassorilievi del Partenone al nuovo museo dellAcropoli, è ragionevolmente la sola strada aperta per richiudere il vaso di Pandora. Censire, accertare, ripercorrere e restituire i frutti dei saccheggi bellici, dei furti «elginisti», delle innocenti sottrazioni di reperti compiute da archeologi in epoche di colonialismo culturale, di tutti i beni strappati agli ebrei dEuropa e ancora dormienti nei caveau di qualche banca, sarebbe inimmaginabile e impraticabile. Nonostante le nobili leggi sulla «restituzione» approvate da governi come quello inglese e incoraggiate dallUnesco. La via è quella dei gesti fortemente simbolici o della ricomposizione dei casi più infami, veri insulti alla storia delle cultura universale come la frammentazione dei bassorilievi del Partenone, che non rappresentano soltanto un capolavoro, ma sono parte fondamentale della identità di un popolo intero. «Sarebbe stato come tagliare in due la Monna Lisa ed esibirne una metà in un museo e laltra metà in un altro», ha scritto Hitchens. Ora che esiste unesposizone compiuta e colta dei tesori dellAcropoli ad Atene, ammirarne un pezzo a Londra suona incongruo e assurdo. E potrebbe generare in chi lo guarda una scheggia di quel senso di colpa che tenne chiusi i dischi di Hitler per mezzo secolo nella soffitta di una casa di Mosca.