Forse il trucco sta nellinforcare gli occhiali luminescenti, quelli in neon di Jonathan Monk appesi in ingresso, sulla parete in alto. Difficile altrimenti visualizzare in che senso, come ha anticipato lui entrando «Questa casa gira intorno al verde»: qui non si vede una pianta, nemmeno una foglia. Eppure siamo da Marco Bay, architetto che firmerà il giardino dellHangar Bicocca, sulla scia di quelli grafici, o a sfondo esotico, come il ninfeo in ceppo, che disegna nel privato di città. Da lui si entra aspettandosi petali e rami, e invece: «La mia sopravvivenza senza il verde, a Milano è risolta da presenze concettuali». Come a dire, piuttosto che modeste verzure (Bay viaggia su larga scala, ora si applica a un paesaggio in Maremma) meglio rappresentare il vegetale ovunque, in modo tanto ossesso quanto astratto. E fantasticare Nemmeno una pianta ma natura ovunque Foglie, fiori, erba, tronchi sono il modello di tutto Larchitetto paesaggista vive circondato di citazioni delle forme organiche Tornando in ingresso, con o senza occhiali al neon, una volta individuato il metodo mentale, si ricomincia la visita. Il primo segno è sotto i piedi, un camminamento di tappeti tibetani con peonie e motivi floreali: «Sono come le pietre che metto nei giardini, vanno immaginati immersi in un prato al posto del parquet». Procedendo sul sentiero in stoffa, in fondo al corridoio la gigantografia di Luigi Ghirri ferma il passo e il pensiero, caduto dentro al paesaggio marino. Accanto, uno scatto del padrone di casa ritrae fiori selvatici della Sardegna, un primo piano di Daucas carota spostate dal vento, così forte che per un attimo sembra sfiorarci. Passando in salotto, è lombra delle foglie giganti che Marco ha fotografato sdraiato in un bosco, a rinfrescare le idee. E a far visualizzare, intorno ai divani: da un lato una doppia natura morta, bucce di cipolla di Bruna Esposito e mela di Alik Cavaliere, dallaltro la struttura in ferro di Alice Cattaneo, foglie che volano o nuvole verdi, non si capisce, opera comunque illuminata da una lampada di Ferruccio Laviani, che qui, a questo punto, sembra un Allium bianco gigante. Dalla parte opposta, invece, cè lalbero che Marco Bay vorrebbe in casa. Qui però è sotto vetro, sotto forma di cipresso, ritratto da Francesco Gennari mentre si piega sotto il soffitto di una stanza, perché proprio non ci sta. In sala da pranzo il simbolismo si articola ulteriormente, e aggiunge le trasparenze. Un vaso piatto sembra un lago in attesa di ninfee, i lampadari disegnati dal padrone di casa sono tulipani rovesciati: «I vetri richiamano londeggiare dellacqua e il movimento della luce che filtra tra gli alberi». Le sedie chiavarine, diverse tra loro, omaggiano faggio, noce, ciliegio e via elencando, tanto per non far torto a nessun legno. Sulla parete grigio-azzurro molto "naturale" spuntano larazzo di licheni di Claudia Losi, colonne di lattuga di Piero Golia, e il fango secondo Richard Long, langolo è di libera interpretazione. Ma allastrazione non cè fine. Storditi dalla barba verde, come erba sul viso, della foto appesa nel corridoio della zona notte, si dà per certo che i lampadari anni '40 in bagno siano meduse cristallizzate, foglie depoca o lucciole giganti, mentre si sospetta che la zanzariera in tulle sul letto ripari dai pericoli della foresta. Si stanno abituando a vivere nel verde anche le bambine, che sognano con foglie di giardino disegnate sul soffitto, al centro un lampadario floreale compreso di cavallette, mosche e coccinelle. Più che normale, quindi, fare colazione sul servizio allamericana fatto a prato, stampato come fosse vero, un dejeuner sur lherbe lì sotto le tazzine. Nel bagno giallo sole, il rubinetto è da giardino, mentre in cucina si scopre un intoppo: il rosmarino è entrato dentro, sfidando la regola per cui il verde, quello vero, è confinato al di là dei vetri, fuori casa. Si è infilato dal balcone, dove vive tra mirra e menta, allombra di ulivi e quercia rugosa. Affacciandosi tra i rami sintravede il cortile sottostante, e le due opere di Bay design: la gabbia in ferro con rotelle, portapiante mobile, e la panchina Settàa-giò, rivisitazione del trio Bay-Meda-Cappellini, ovviamente in cedro. Lamore è per materiali naturali e natura da disegnare: ma con le piante. Come fa larchitetto paesaggista, casa propria esclusa.
MILANO - La casa del verde immaginato
Il giardino di Marco Bay è un'opera d'arte in sé stessa, un'installazione concettuale che sfida le convenzioni tradizionali del giardino. L'architetto ha creato un ambiente che combina elementi naturali e artificiali, come la pianta e il metallo, in un'unione armoniosa. Il giardino è un esempio di come la natura possa essere rappresentata in modo astratto e concettuale, senza la necessità di una presenza reale. L'opera di Marco Bay è un esempio di come l'architettura possa essere utilizzata per creare un'esperienza unica e innovativa. Il giardino è un luogo dove la natura e l'arte si incontrano, creando un ambiente unico e suggestivo.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo