Tra i dibattiti in atto in questi giorni sui destini del centro storico della città, segnaliamo lintrigante convegno organizzato lo scorso 6 luglio dalla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici e dal Comune di Napoli in Palazzo Reale, intitolato "Ruderi e piano regolatore", due termini che difficilmente si potrebbero immaginare più eterogenei. Dedicato alla possibilità, offerta per ben cinque anni ai privati e poi attuabile dallo stesso Comune, di intervenire sugli immobili in stato di rudere o nei sedimi risultanti da demolizioni, il dibattito merita qualche riflessione "a freddo". Labbandono, la dimensione limitata e una collocazione spesso defilata escludono, generalmente, queste nicchie urbane dai processi di aggiornamento delle città. Ed invece sembra che a Napoli in questi angoli derelitti la fantasia possa finalmente liberarsi e sperimentare tecniche e materiali contemporanei. Il che, inevitabilmente, chiama in causa il contesto. Il tema del rudere, anche se apparentemente circoscritto alla ridotta dimensione dei luoghi e incasellato nelle prescrizioni tecnico-normative, comporta più di un riferimento, non tanto ad unidea di città, quanto piuttosto ad una strategia complessiva di sviluppo e di gestione, non estranea alla possibilità di innescare nuovi circuiti economici sollecitando risorse private. Sorgono, tuttavia, alcuni quesiti. In quale rapporto si pone limpostazione generale del piano regolatore - al quale chi scrive ha collaborato - con la possibilità di realizzare, sia pure a certe condizioni, strutture di carattere innovativo e contemporaneo? È sufficiente la minuziosa pre-catalogazione degli interventi nel centro storico per manufatti e situazioni che vanno sostanzialmente reinventati? Non si ritiene che tale tipo dintervento, calato in un continuum densamente costruito, debba innanzitutto rapportarsi ai luoghi in cui ricade? Non è il caso di definire preventivamente i caratteri di questi luoghi? Siamo convinti che il contesto si possa anche contestare, ma non si possa ignorare. Se è vero, infatti, che un edificio, antico o contemporaneo, non può restare avulso dal suo contesto, anche una norma non può imporre la permanenza di una tipologia a corte senza rapportarla alla situazione urbana in cui è inserita. Qui la città respira anche laria dei suoi cortili. Le decorazioni delle facciate sono in diretto rapporto con la larghezza delle sue strade. Occorre, dunque, tener conto delle caratteristiche invarianti che attengono ai rapporti tra spazio pubblico ed edifici e che hanno determinato di questi ultimi, in vario modo, la forma, i caratteri distributivi, architettonici, fino, spesso, a quelli decorativi. Ciò vale, con ogni evidenza, oltre che per i ruderi e per i vuoti urbani, per tutti gli interventi impegnativi attualmente in atto in città; e, in certa misura, anche per gli edifici esistenti, le cui tipologie resteranno un astratto elenco se non ne saranno comprese e considerate le connessioni con gli specifici contesti di appartenenza. Le amministrazioni interessate devono individuare congiuntamente questi valori complessivi, inaugurando una consapevole cultura della valutazione che eviti un controllo legato esclusivamente al metro e al centimetro. Stiamo, infatti, parlando di qualcosa che non è misurabile geometricamente: il senso del luogo. Fatto salvo questultimo, sarà possibile sviluppare la forza inventiva ed interpretativa del progetto.