Controversie Di fronte allo scontro fra spinte localistiche il ministero mantiene una posizione di attesa Brera richiede due opere prestate negli anni '60. I marchigiani si oppongono L'arte deve fare i conti con una tendenza socio-politica che emerge con forza in tutta Europa: quella del localismo, che porta con sé la difesa e la rivendicazione dei beni culturali quando sono ritenuti espressioni identitarie di una comunità. Di comunità sempre più piccole e agguerrite: dalla nazione alla regione, dalla città alla contrada. Emerso sin dai tempi della scelta di collocare i due Bronzi di Riace nel non molto frequentato museo di casa loro, quello di Reggio Calabria, questo aspetto rivela la forza simbolica che l'arte ancora conserva e manifesta la volontà delle amministrazioni di utilizzarla come volano turistico e promozionale. Ma comporta l'emergere di almeno due allarmi: la messa in crisi dei grandi musei nazionali omnicomprensivi e della loro storia, con conseguente continuo divampare di problemi legati a prestiti e restituzioni, e una pericolosa regressione nelle modalità di restauro, che queste spinte locali tenderebbero a usare come opportunità per ricostruire un monumento in un presunto stile locale. La controversia in atto in questi giorni tra la Pinacoteca di Brera e la città di Urbino, con il ministero arbitro attendista, è espressione del primo di questi allarmi. Il giorno antecedente la chiusura della mostra «Raffaello a Urbino» (avvenuta il 12 luglio con 141.834 presenze di visitatori), la sovrintendente di Brera, Sandrina Bandera, avvisa la sovrintendenza dell'Umbria e delle Marche e la direzione della Casa di Raffaello che due opere esposte, l'«Annunciazione» di Giovanni Santi (padre di Raffaello) e la «predella di Montone» di Berto di Giovanni, entrambe in deposito dagli anni Sessanta ad Urbino, devono rientrare alla casa madre di Brera che è il legittimo custode. Alla richiesta-blitz, motivata per «evitare alle opere un doppio trasferimento ravvicinato», segue un fax del 13 luglio come «azione di ordinaria restituzione». Ad Urbino non ci stanno; e quando c'è di mezzo l'identità locale tutte le forze politiche si uniscono. Il sindaco Franco Corbucci (Pd) si dice scandalizzato e rilancia: «Allora perché Brera non ridà la Pala di Montefeltro di Piero della Francesca?». Al suo fianco Elisabetta Foschi, coordinatrice del Pdl: «Le opere non partiranno per Milano, l'ha assicurato il ministro Bondi». «Se è il caso bloccheremo il trasporto con una catena umana», aggiunge Davide Rossi, assessore alla cultura della Provincia (Idv). In sede nazionale anche i parlamentari Massimo Vannucci (Pd) e Rocco Buttiglione (Udc) si oppongono. Il 16 luglio arriva la cauta nota dal ministero: «Nessuna richiesta è giunta a Roma per il trasferimento delle opere da Urbino». Aggiunge il direttore generale, Roberto Cecchi: «Spetta all'amministrazione centrale valutare il comportamento dei sovrintendenti». Da qui un susseguirsi di prese di posizione. Per la Bandera «si tratta di un piano di restituzioni che Brera sta chiedendo anche ad altre sedi per migliorare l'esposizione intorno al restaurato 'Sposalizio della Vergine'. Inoltre la Casa di Raffaello a Urbino non ha i requisiti di custodia sufficienti. Infine, le due opere non sono nemmeno nate ad Urbino, ma a Senigallia e a Montone». Dalle Marche fanno sapere che «provvederanno a migliorare le condizioni di custodia...». E il critico e urbinate d'adozione, Vittorio Emiliani, aggiunge: «Credo che la città dovrebbe ribellarsi a un'autentica prepotenza milanese. Già è una ferita non rimarginabile che Urbino sia stata privata della pala di Piero della Francesca, deportata a Milano dal figliastro di Napoleone, Eugenio di Beauharnais». Da Milano il presidente degli amici di Brera, Aldo Bassetti, si limita a rilevare che «il localismo non può essere elemento prioritario di fronte alla storia dei musei». Il pericolo sarebbe quello di bloccare i prestiti (nessuno più si fiderebbe) e di innescare un domino senza fine. Sarebbe poi da valutare la bontà della tesi del superdirettore per la valorizzazione, Mario Resca, secondo il quale le opere «identitarie» è meglio che non siano riportate a casa, perché fuori fanno «pubblicità» al luogo dove sono nate. Nell'allegato della circolare 81 trasmessa agli uffici del ministero nel luglio di un anno fa riguardante «linee guida» alle quali attenersi negli scambi di opere, si sconsiglia il prestito per «oggetti di grande e autentico valore storico o religioso per la propria comunità», accogliendo in qualche modo la tesi che è meglio non spostare opere «identitarie». Solo che qui il caso è più complicato, perché si tratta di restituzione. «Decideremo in relazione a questa circolare e con le strutture di consulenza regionali», assicura Cecchi. Che aggiunge: «La lotta identitaria fa riscoprire l'arte come valore, e questo è positivo. Ma i musei devono restare dei poli di aggregazione. Quanto ai pericoli del diffondersi di restauri in stile locale ci mette al riparo la Carta del restauro del 1972 firmata da Brandi, un caposaldo della conservazione materiale delle opere». Per il momento casse e camion per il trasferimento, cornici comprese, sono bloccate a Urbino. E le opere restano nella Casa di Raffaello.