Un imprenditore lombardo: due politici mi chiesero un milione e 400 mila euro, ma c'era già chi li pagava È il tassello che gli inquirenti andavano cercando da due anni e che sono certi di aver trovato, almeno in parte, nelle parole di Michelino Caparelli, immobiliarista lombardo e titolare della "Fontessa srl". È stato lui a sedersi davanti al sostituto procuratore Francesco Pinto e ai finanzieri, assistito dal legale di fiducia Guido Colella. Ed è stato lui, pochi giorni fa, ad «aprire il libro» come si conferma in ambienti investigativi, dopo molti tentennamenti e timori. Che cosa succederà a seguito del suo exploit? Può generarsi un effetto domino? Ancora: quanti politici, oltre a quelli chiamati in causa direttamente, potrebbero risultare coinvolti? Per fare il punto occorre focalizzare il contesto "specifico" nel quale sono maturate le dichiarazioni dell'immobiliarista. E capire perché un singolo episodio, agli occhi degli inquirenti, può rappresentare la cartina di tornasole d'un fenomeno più esteso. L'affare intorno al quale ruota la presunta "madre" delle mazzette è la compravendita d'un vasto appezzamento a Genova, dove sorgeva un tempo l'ex oleificio Gaslini a ridosso del torrente Polcevera, e dove s'intendeva realizzare un centro commerciale. Per questo business, Caparelli, l'imprenditore Gino Mamone, gli ex consiglieri comunali Paolo Striano (ex Margherita) e Massimo Casagrande (Ds) sono indagati per corruzione. La superficie, comprensiva dell'immobile, era stata acquistata primis da Mamone, che aveva demolito tutto e bonificato il terreno. A quel punto il patròn di Eco.Ge era in trattativa con Caparelli per rivenderla, pronta a un nuovo utilizzo. I fatti risalgono alla primavera di due anni fa ed è intercettando un dialogo al ristorante "Edilio", fra i due protagonisti della compravendita, che gli inquirenti drizzano le antenne: trattando sul prezzo, entrambi fanno genericamente cenno a centinaia di migliaia di euro che sarebbero serviti ad "ammorbidire" alcuni amministratori pubblici. Siccome quell'intercettazione faceva parte di un'altra inchiesta (sulla creazione di "fondi neri" da parte di Mamone con un sistema di fatture false, da usare secondo la Finanza «forse per corrompere»), ecco che la situazione è stata "cristallizzata" in attesa che qualcuno spiegasse che cosa, davvero, c'era dietro quelle parole. Pochi giorni fa Michelino Caparelli ha rotto gli indugi, in un colloquio lungo due ore e messo a verbale. Il Secolo XIX è in grado di rivelare i passaggi salienti. «Ero interessato a quell'area - ha spiegato - ma era fondamentale che avesse una destinazione esclusivamente commerciale. Tramite un amico entrai in contatto con il consigliere comunale genovese Paolo Striano (ex Margherita ed ex assessore nell'attuale giunta Vincenzi), che a sua volta mi presentò l'avvocato Massimo Casagrande, qualificandolo come "l'uomo dei Mamone". Solo in seguito ho scoperto che quest'ultimo era anche rappresentante in Comune dei Democratici di sinistra. Per me era necessario che la Commissione urbanistica si pronunciasse in un certo modo». Striano e Casagrande si propongono, secondo quanto dichiara l'immobiliarista, come "tramite": «In momenti diversi, e in assenza l'uno dell'altro, mi chiesero un milione di euro Casagrande e 400 mila Striano. Era quasi il 10 del prezzo al quale avrei dovuto comprare il terreno, che infatti Mamone mi voleva vendere a 13,5 milioni di euro». Secondo la Procura, Casagrande e Striano chiedevano soldi per "addomesticare" il lavoro della Commissione urbanistica. La domanda successiva che si pone la Procura è: quei soldi sarebbero stati "spartiti" fra altri politici? Quanto erano abituali richieste del genere, tra l'altro nell'imminenza d'una campagna elettorale proprio per le amministrative? Soprattutto: Striano e Casagrande erano a loro volta "intermediari" per un livello ancora più alto? Paolo Striano, tramite il legale Nicola Scodnik, si smarca dall'intera vicenda: «Non ho mai chiesto o preso nulla e non mi occupavo dell'oleificio Gaslini. Tra l'altro, della Commissione urbanistica fanno parte tutti i consiglieri comunali». Nelle scorse settimane anche Massimo Casagrande si era pronunciato sul punto: «La tangente non è mai stata chiesta. Io avevo rapporti professionali con Mamone perché ero il suo legale, e quando parlano di un milione da dare a me o ai politici, lo fanno solo per tirare sul prezzo, come se dicessero che fra le varie spese da "scalare" c'era persino quella». Eppure, dopo l'interrogatorio dell'imprenditore milanese, si decifra molto meglio la reazione di Mamone quando apprende delle presunte richieste di mazzette: «Lei non glieli deve dare quei soldi - dice intercettato - poiché ne hanno già chiesti anche a me. E pure Paolo (riferendosi a Striano) al massimo questo progetto lo può agevolare...Ma comunque non lo blocca nessuno perché io sono amico di tutti». Quel «tutti» può significare, alla luce delle rivelazioni di giovedì, che altri amministratori erano soliti porsi in posizione di "collaboratori", chiedendo denaro? E il fatto che le richieste fossero tutt'altro che boutade, come risulta dall'ultima testimonianza, quale ombra può allungare sugli intrecci tra politica e imprenditoria nel capoluogo ligure? Oggi Caparelli aggiunge che Mamone avrebbe provveduto «personalmente» a saldare i conti con i personaggi pubblici. E descrive con assoluta precisione lo spessore dell'affare in ballo: «Per acquistare quel lotto io non volevo spendere più di 10 milioni, ai quali andava aggiunto il "surplus" da sborsare per i politici. La costruzione del centro commerciale mi sarebbe costata altri 40 milioni e avrei a mia volta rivenduto tutto, superficie e nuove costruzioni, per 65, per guadagnarne 15. Era un'operazione importante , perciò avevo bisogno di garanzie sulla fattibilità. A un certo punto Mario Margini (ai tempi della giunta Pericu era assessore allo Sviluppo economico) mi spiegò che non sarebbe stata possibile una destinazione d'uso totalmente commerciale. E mi tirai fuori». E però il punto, si rimarca oggi in ambienti investigativi, non è tanto quella singola storia; contano semmai le storture che c'erano dietro e che - rileggendo in modo diverso l'atteggiamento di Mamone, dopo le rivelazioni di Caparelli - potrebbero aver "deviato" altri grandi progetti.
LIGURIA - Tangenti, emerge il "sistema Genova"
Michelino Caparelli, un imprenditore lombardo, ha dichiarato di aver pagato 1,4 milioni di euro a due politici, Paolo Striano e Massimo Casagrande, per "addomesticare" la Commissione urbanistica in favore di un progetto di centro commerciale a Genova. L'affare risale a due anni fa e coinvolge anche Gino Mamone, un imprenditore che aveva acquistato l'immobile e stava per venderlo a Caparelli. Le dichiarazioni di Caparelli sono state intercettate dagli inquirenti e potrebbero rappresentare un tassello importante nell'affare.
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