MILANO TORNERANNO A BRERA, certo. Nessuno ha potuto dire no alla mia richiesta di riportare a Milano le opere a suo tempo concesse in deposito a Urbino»: così spiega Sandrina Bandera, sovrintendente della grande Pinacoteca Braidense che festeggia il bicentenario. Al centro della polemica sollevata sulla stampa, l'«Annunciazione» databile tra il 1485 e il 1490 di Giovanni Santi, padre di Raffaello, concepita per la chiesa di Santa Maria Maddalena di Senigallia, e la predella dipinta da Berto di Giovanni, con la «Natività della Vergine, Vergine Assunta e Sposalizio della Vergine», per la pala d'altare destinata alla chiesa di San Francesco di Montone, all'inizio del 500. Opere che nascono, dunque, nelle botteghe marchigiane. Ma arrivano al Nord per motivi diversi: «L'Annunciazione, sì, finì a Brera per le spoliazioni napoleoniche. Ma il nostro era già stato allora individuato come museo d'elezione per la pittura dell'Italia Centrale. Mentre la predella fa parte del legato Oggioni, risalente al 1855». NEL 1965, LA TAVOLA con la morbida eleganza e i preziosi colori della tavolozza di Giovanni Santi è stata prestata alla Casa natale di Raffaello, come le altre tavolette, ugualmente di pioppo e dipinte a olio. «Per l'esattezza - aggiunge Bandera - il deposito era stato concordato con il Palazzo Ducale di Urbino, dove fino a pochi giorni fa sono state esposte nella grande mostra dedicata a Raffaello. Mi sono presentata senza preavviso a chiedere la restituzione, per impedire che tornino alla casetta di Raffaello. Un piccolo immobile, privo di climatizzazione, esposto perci agli sbalzi di temperatura, che fanno malissimo ai dipinti. Si consideri, inoltre, che nel cortiletto una cisterna confina proprio con la parete dove era collocata la delicatissima Annunciazione, che non pu tollerare ristagni di umidità. La predella, oltretutto, stava in uno spazio incustodito, e sinceramente temevo me la rubassero. C'è un solo guardiano all'entrata di quel museo, ricco per lo più di fotografie». «A BRERA - SPIEGA ancora Bandera - intendiamo risistemare la sala che precede quella di Raffaello, valorizzando l'esperienza formativa ricevuta dal padre. Intendiamoci, la procedura di ritiro di un deposito è cosa complicatissima. Ci si può giocare una carriera, ho sentito parlare d'interpellanza parlamentare. Ma si tratta, alla fine, di ordinaria amministrazione. Noi interveniamo per assicurare la conservazione. Capisco possa sembrare uno strappo, mi dipiace dello sconcerto, della brutta sorpresa. Ma le opere hanno diritto di tornare». E la «Pala» di Piero della Francesca, solennissimo ex voto in cui Federico di Montefeltro offre la propria armatura alla Madonna, sul cui capo libra l'uovo, simbolo della divina proporzione dell'universo, ha diritto di tornare a Urbino, come sostiene Giorgio Cerboni Baiardi? «Questo capolavoro ormai è un'icona di Brera, arrivò qui nel 1811, ce l'ha affidato la storia».